Brandelli

 




Prologo

Ogni parola è menzogna,
ogni gesto falsità,
ogni sorriso una smorfia,
La frattura fra l’essere
e ciò che sembra essere;
l’abisso che mi separa dagli altri
e da me stesso.
Nulla.

Ciò ch'è nulla riduce al nulla le cose che sono.






I

Volevo essere la madre di un figlio morto, 
così l’ho dato alla luce.
L’ho dato alla luce e l’ho amato,
fino a renderlo al nulla.
L’ho amato fino a renderlo l’amore stesso.
Volevo essere la madre di un figlio morto.
Così l’ho amato fino a renderlo al nulla.






II

Perché il suo sangue esce dalla mia bocca?
Non ho sepolto i miei figli.
Quel ventre gravido di abominio.
l’ho frugato in cerca di un germe di vita.
Perché il suo sangue esce dalla mia bocca?
L'abietta passione che mi copre d’infamia.
Rigogliosi flutti di fuoco su quel cadavere inerme.






III

Straziati brandelli di carne sparpagliati ovunque.
Le mie gambe, dove sono le mie gambe?
Giaccio in pozze di putridi liquami.
Ricomponete il mio corpo.
Questi grumi di carne non hanno più forma.
Quanti pezzi squarciati mancano ancora?
Le strilla laceranti di quel bimbo scavano nella mia carne.
Ricomponete il mio corpo,
per favore, ricomponete il mio corpo.






IV

Ho tradito mio fratello,
strappato il suo corpo in brani
e l'ho gettato nell'abisso.
Conservo la sua testa mutila,
cieca, muta e sorda.
Ho tradito mio fratello,
e la sua testa, pregna di lacrime,
proferisce parole di perdono e compassione.
Che ne sarà di me ora?






V

Fra le rovine pianti e lamenti tacciono.
Una lugubre luce ristagna sul raduno della morte,
mucchi di cadaveri divorati da una peste ingorda.
Un male più occulto dell'odio ghermisce il mio petto.
Beati i morti che hanno trovato pace.
Quale sciagura colpirà i vivi?
Beata sia la morte.






VI

Ho ucciso il mio amore,
con sferze furiose l'ho prostrato ai miei piedi,
esanime pregava, piangendo supplicava.
L'atroce e sanguinoso delitto è finalmente compiuto.
Si empio e cruento il luttuoso banchetto,
dall'angolo più oscuro della mia anima.
L'amore perso è tornato,
ora riempie la mia bocca avida
e nutre e sazia le mie viscere malate.






VII

La speranza è avvizzita in tumuli
e i morti parlano dalla mia bocca.
Un cancro mostruoso danna il mio ventre.
Ho sbranato la carne dei miei figli,
dilaniato le loro membra ancora palpitanti,
fatto crepitare al fuoco le loro viscere,
asperso la mia gola col sangue ancora caldo dei viventi.
Che altro può esserci per me? 
Presto sarò  con voi.






VIII

Le viscere gonfie e marce tremano e si dibattono
e sangue nero fuoriesce in fiordi maligni;
tutto è velato da una viscida membrana.
L'utero capovolto è rigonfio di un indicibile orrore,
il feto informe vibra in tremiti convulsi e gemiti
e i rigidi monconi mal sviluppati arrancano.
Madre, questo è l'orrore per l'accolto seme del figlio.






IX

Che io possa morire e rinascere
e vivere sempre nuovi tormenti.
Non risparmiare ciò che resta del mio corpo,
sono colpevole del mio destino.
Ho ucciso ogni cosa per la quale sia degno vivere.
Lasciate che io goda del buio ch’io ho scavato,
lasciate che strappi i resti che ancora rimangono di me stesso.






X

Risparmia le parole,
dalle quattro ferite aperte 
vomito fiotti di lurido sangue.
Che cosa mi resta? 
Bevete il mio sangue.
Caos infernale dell'eterna notte, io ti invoco!
Selve misteriose e profondità dei mari,
accogliete ciò che sgorga sull'altare.
Mangiate la mia carne.






XI

Non sono niente,
e le budella dal mio ventre cadono
sulla culla in cui giaccio infante,
strillando solo e smarrito, in cerca 
di braccia amorevoli a cui aggrapparmi.
Non sono che un essere timoroso che presto morrà.
Una breve morte darà sollievo al mio tormento.
 Ma non avverrà alcuna misericordia e lentamente 
morrò soffocato nel mio stesso sangue.






XII

Le colpe dei padri ricadono sui figli,
così verserete il vostro sangue innocente.
Morite carne della mia carne!
Morite non siete miei!
L'odio arriva sin dove è l’amore.
Giacete in tumuli fra ombre senza nome.
Guarda misero mentre colpisco dove più soffri,
splendido rapimento nel gelido torpore della vendetta.
Io rinnego il frutto del mio seno.






XIII

L'ho desiderato morto.
Ho odiato  quel corpo rattrappito che strillava, 
prim'ancora che nascesse.
L'ho odiato prim'ancora che deformasse il mio corpo.
Il desiderio d'amore non è l'amore stesso.
L'ho espulso dal mio corpo.
Ho vomitato dal mio ventre quella turpe larva di vita.








Dicembre 2011