Sine Amors Mors Est
Non sei come la terra
Il seno che tutto nutre
Non sei come l’aria
Ch’e’ il respiro dell’anima
Non sei come l’acqua
Che a tutto ha dato nascita
Non sei come il fuoco
Ch’e’ il pulpito dell’emozione.
Il tuo elemento e’ il possesso
Che tutto vuole e nulla da’ e Se da’
vuole sempre qualcosa in cambio
e’ l’essenza propria di questo eone
involuto come la notte che tutto inghiotte
Ho avuto un altro nome
uno sepolto nel sangue
dimenticato nell’infamia
e nell’uccisione.
Da’ a un uomo l’estremo
e ti dara’ l’estremo
da’ a un uomo l’onnipotenza
e decidera’ della vita e della morte.
Ho avuto un altro nome
sepolto nel sangue
ma non era infamia
era occhio er occhio
vita per vita
morte per morte
il demone della giustizia
che prende da chi ha preso
e queste mani,lorde di sangue
mai hanno cosnosciuto pentimeto
Dobbiamo accettare la morte,
dobbiamo accettare il destino
Senza cedere al gorgo di emozioni
Che c’ inabissa alla perdizione
al soccorso ed alla ribellione
di cio’ che non possiamo cambiare.
i suoi vagiti disperati
impotenza rabbia e tristezza
sconforto pianto paura.
Siamo soli davanti alla morte
Siamo soli davanti al destino
Lo saro’ anche io un giorno,
come te oggi Nel tuo solo unico mese
Dobbiamo accettare la morte,
dobbiamo accettare il destino
Cio’ che sembra crudelta’
a volte e' solo pietA'
cosi le mamme gatte
sventrano i piccoli,quelli deboli,
per evitar loro maggiori sofferenze
Una fine peggiore
basta il loro fiuto per capire
Così tua madre non ti ha voluto
non ti ha ucciso ma ti ha abbandonato
e sei arrivato da me e la cercavi,
annidato fra le mie mani
ma lei non c’era.C’ero io
e non ti ho voluto abbastabza
abbastanza per permetterti di vivere
per questo sei morto
nonamore.
Piangevi
piangevi perche' soffivi
piangevi perche' ti sentivi solo
piangevi perche' avevi paura
Piangevi,
piangevi mentre morivi
Piangevi,
piangevi mentre morivi
Piangevi,
piangevi mentre morivi
piangevi
piangevi mentre morivi.
Piangevi
Ti ho guardato morire,
piangere sofferente il tuo dolore
il baratro dell’abbisso
giA' ti stava inghiottendo
il mio petto aperto in voragine
mi ha catapultato lì,dove tu eri
ed ho sentito la tua stessa angoscia
nel momento della mia fine.
Nessun infante mai,dovrebbe provar
qualcosa di simile;
il terrifico oscuro abisso dell’inconosciuto.
Chi soffre davvero soffre in silenzio
e se alza la voce per farsi sentire
viene schiacciato.
la compassione risiede laddove
non ci si fa carico della sofferenza
ne' del lenitivo soccorso.
Non esiste niente di piu' facile
che schiacciare gli innocenti e gli indifesi
e' maledetto il creatore
e' maledetto il suo seme
e' maledetto il suo figlio
e' maledetta la sua creazione
e' maledetto il suo spirito
Amore: madre,cura,nutrimento
Senza morte,poiche’ alla morte
Sopravvive.
e’ il senso? O un gioco di pieni e vuoti
Per la sopravvivenza della specie,
Come i vuoti spazi astrali
riempiti dalle stelle.
E’ la vita amore o solo procreazione?
Abbiamo elevato a ideale
L’unica risposta all’angoscia della solitudine,
Mitizzandola fino ad un padre celeste e amorevole.
Colui che ci getta nel mondo,consapevoli della brevita’ E
della insignificanza della nostra esistenza.
L’isolamento esistenziale e’ la naturale condizione
La ricerca dell’unione e’ il tentativo di risposta
In questo mondo di ego,siamo il fallimento.
.Nota dell’autore
Questa raccolta nasce da un evento immedicabile,un solco indelebile nella carne e nella coscienza.
Non c’e' catarsi, ne’ sublimazione. Non c’e' intento letterario, ne’ forma consolatoria.
Ogni poesia e’ un frammento diretto di memoria, dolore, colpa, coscienza.
L’ordine dei testi segue un processo interiore: dalla testimonianza del pianto e della morte, alla condivisione dell’angoscia, fino alla riflessione sul fallimento umano,sociale e metafisico. Il linguaggio e’ ridotto all’essenziale, perche’ nulla di piu' puo’ essere detto senza tradire l’esperienza vissuta.
Il titolo — Sine Amors Mors Est — non e’ un’iperbole, ma una constatazione:
dove l’amore manca, c’e’ morte.
Morte del corpo, della relazione, del senso. E quando l’amore esiste ma non basta a salvare, cio' che rimane e’ il trauma puro: senza risposte, senza Dio, senza giustizia.
Questa opera non chiede comprensione, ne’ perdono.
e' solo cio' che resta quando non resta piu’ nulla da dire.
SINTESI INTERPRETATIVA
“Non sei come…”
Commento critico – Poesia 1
Questa poesia si configura come una potente denuncia esistenziale: l’io poetico compie un confronto tra l’amore (o meglio, una figura che dovrebbe incarnarlo) e le forze primordiali della natura — terra, aria, acqua, fuoco — simboli universali di vita, nutrimento, respiro, emozione. Ma questa figura ne esce irrimediabilmente esclusa: essa non e' come la terra che nutre, ne’ come l’acqua che genera. Al contrario, e’ dominata dal possesso, che diventa la vera essenza dell’epoca in cui viviamo, descritta come un “eone involuto”.
Il cuore del componimento e’ una critica all’amore moderno, snaturato e deformato: non piu' dono gratuito, ma scambio condizionato, rapporto di potere. L’idea che “se da’, vuole sempre qualcosa in cambio” e’ devastante: annulla ogni forma di altruismo o spiritualita’. La figura descritta diventa metafora di un mondo spiritualmente svuotato, inghiottito dall’oscurita’ — come la notte che tutto divora.
Lo stile secco e l’uso insistente dell’anafora (“Non sei come…”) costruiscono un crescendo di esclusione e distanza. C’e’ un dolore freddo, lucido, quasi clinico: non un pianto, ma una constatazione tagliente. e' l’amore che uccide, non perche’ ferisce, ma perche’ non e’ amore: e’ possesso.
In sintesi, questa poesia e’ una riflessione dolente ma lucida sulla perdita dell’amore autentico, sull’equivalenza tra la sua assenza e la morte — sine amor, mors est: senza amore, e' morte.
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“Ho avuto un altro nome…”
Commento critico – Poesia 2
Questa poesia si apre come una rievocazione identitaria e violenta, con una voce che emerge dal trauma, dal sangue e dalla memoria. L’io poetico evoca un passato segnato dall’infamia e dall’uccisione, in cui il suo “altro nome” — forse un’identita’ arcaica, primordiale o simbolica — e’ stato sepolto.
“Ho avuto un altro nome / uno sepolto nel sangue / dimenticato nell’infamia / e nell’uccisione.”
Qui il nome non e’ solo identificazione personale: e' simbolo di dignita', potere e giustizia. Il passaggio da “infamia” a “giustizia” segna la trasformazione dell’io in un’entita' vendicatrice, impersonale, mitologica quasi: un “demone della giustizia”.
Il cuore del testo e' l’affermazione della legge del contrappasso: occhio per occhio, vita per vita, morte per morte. Si delinea una giustizia arcaica e brutale, ma non percepita come male. L’autore non mostra rimorso: le “mani lorde di sangue” “mai hanno conosciuto pentimento”.
Questa assenza di pentimento e' significativa: la colpa viene respinta, sostituita da un’ altra logica morale, piu' antica e inesorabile. Si tratta di un mondo dove l’etica si dissolve nella vendetta e nella necessita' di bilanciare i conti.
Chiave interpretativa
Questa poesia puo' essere letta in almeno due modi:
1. Biografico-esistenziale: l’autore parla di una propria trasformazione, dopo un dolore estremo, in una creatura spietata. La giustizia, qui, nasce dalla sofferenza non risolta.
2. Simbolico-mitico: l’io e' un archetipo (il vendicatore, il giustiziere divino o demoniaco), come un angelo della morte che opera al di fuori delle morali umane.
In entrambi i casi, il tema centrale e' la metamorfosi causata dal dolore e dall’ingiustizia, che plasma un’ identita' nuova, feroce, senza colpa, perche' legittimata dalla sofferenza subita.
Tono e atmosfera sono cupi, ossessivi, senza redenzione. L’elemento sacro della giustizia si contamina con il demoniaco: cio' che era umano si e' dissolto, lasciando posto a qualcosa di piu' antico, piu' terribile.
“Dobbiamo accettare la morte, / dobbiamo accettare il destino…”
“Dobbiamo accettare la morte”
Commento critico – Poesia 3
Questa poesia e' una meditazione sulla morte e sull’impossibilita' di cambiarne il corso. Si sviluppa come una sorta di preghiera o mantra, con ripetizioni solenni e misurate:
“Dobbiamo accettare la morte, / dobbiamo accettare il destino…”
La voce poetica propone un’idea stoica, persino tragica, dell’esistenza: le emozioni sono un gorgo che ci inabissa, e la salvezza consiste nel non cedere alla disperazione, alla ribellione, al dolore. La morte e' inevitabile, così come il destino. L’unico atteggiamento possibile e' l’accettazione.
L’elenco emotivo (“impotenza, rabbia, tristezza, sconforto, pianto, paura”) diventa una didascalia del lutto umano, universale e spersonalizzato. Eppure l’ultima parte personalizza di nuovo:
“Lo saro' anche io un giorno, / come te oggi / nel tuo solo unico mese”
Questa chiusura toccante ci rivela che non si parla solo in astratto, ma di una morte precisa, Questo da' alla poesia una profondita' emotiva devastante. La morte non e' un concetto, ma una presenza reale, inaccettabile, anche quando si tenta di accettarla.
Chiave interpretativa
Il messaggio della poesia e' tragicamente contraddittorio: invita all’accettazione ma ne mostra l’impossibilita'. Parlare di un bambino morto nel primo mese di vita rende qualsiasi razionalizzazione inadeguata, spietata, persino falsa.
Si crea quindi un paradosso potente: la poesia dice “dobbiamo accettare”, ma il lettore sente che non si puo' accettare. Il dolore e' troppo grande, troppo puro, troppo ingiusto.
Tono e stile
• tono: austero, trattenuto, ma profondamente commosso.
• Stile: sobrio, scandito da ripetizioni che danno una struttura quasi liturgica. Manca qualsiasi ornamento: la bellezza viene dalla nuda verita'.
Questa poesia e' un canto funebre interiore, una lotta tra l’istinto umano di ribellione e il bisogno spirituale di rassegnazione. Ma di fatto, ci mostra che davanti alla morte di un figlio, non c’e' dottrina che tenga.
“Cio' che sembra crudelta’…”
Commento critico – Poesia 4
Questa poesia affronta un nodo etico e affettivo estremamente delicato e disturbante: la giustificazione della morte come atto di pieta', in particolare in relazione al rifiuto materno e all’abbandono.
La poesia comincia con un’immagine cruda ma naturale:
“Così le mamme gatte / sventrano i piccoli, quelli deboli…”
Questo riferimento al comportamento animale introduce l’idea che eliminare chi soffrirebbe di piu' sia, in certi contesti, un atto di misericordia. La natura, istintiva, sa decidere cosa e' meglio per la sopravvivenza.
Poi avviene il passaggio drammatico all’umano:
“Così tua madre non ti ha voluto… / sei arrivato da me e la cercavi…”
Qui l’autrice o l’io poetico parla a un bambino (forse neonato, forse mai nato), abbandonato dalla madre biologica e accolto — solo temporaneamente — da un’altra figura che pero' non e' riuscita ad amarlo abbastanza da salvarlo.
Il termine “nonamore” usato alla fine e' centrale: una parola inventata che rappresenta l’assenza, il vuoto affettivo che ha causato la morte.
Chiave interpretativa
La poesia e' una confessione devastante. L’io poetico si autoaccusa senza giustificarsi, eppure cerca di spiegare il gesto (reale o simbolico) come frutto della pieta', come nei casi animali. Tuttavia, qui non si tratta di istinto, ma di dolore morale, colpa e lutto.
Il “non ti ho voluto abbastanza” e' forse la frase piu' lacerante dell’intero componimento: non indica odio, ma mancanza d’amore sufficiente. In un mondo dove l’amore e' l’unica ancora di salvezza, l’insufficienza d’amore equivale a condanna.
Tono e stile
• Tono: straziante, intimo, autoaccusatorio.
• Stile: colloquiale ma poetico, interrotto, con punte di lirismo crudo (come “annidato fra le mie mani”).
• Lessico: scarno, diretto, potente. L’effetto e' autentico e profondo.
Giudizio complessivo
La poesia pone domande estreme e senza risposta: quando l’amore manca, e' colpa, e' limite umano, o e' istinto? Si puo' uccidere per pieta'? Si puo' lasciar morire per mancanza di forza?
L’autrice non giudica, ma espone con lucidita' tragica la verita': in certi momenti, l’amore non basta — e cio' e' peggio della morte stessa.
“Piangevi”
Commento critico – Poesia 5
Questa poesia si apre con una litania semplice e devastante. L’unica parola che si ripete ossessivamente e' “piangevi”, che diventa ritmo, ossessione, cuore pulsante della memoria.
Ogni verso aggiunge una motivazione al pianto: dolore fisico, solitudine, paura. e' un crescendo emotivo che non si amplia — si approfondisce. L’essere che piange e' un infante, ma anche un simbolo: della totale vulnerabilita', dell’inermita' assoluta, dell’abbandono primario.
Il testo non cerca spiegazioni complesse. La poesia si aggrappa all’essenziale: un neonato che piange mentre muore. Nessuna metafora. Solo realta' nuda.
Significato profondo
Il pianto qui non e' solo un suono infantile: e' linguaggio puro della sofferenza, prima ancora del linguaggio. E proprio perche' non c’e' altro, l’unico modo che ha l’autore per restituire quell’esperienza e' ripetere. La ripetizione non e' retorica: e' fedelta' al trauma.
Il lettore e' costretto a rimanere lì, dentro quel pianto. Non puo' uscirne, come l’autore non puo' uscirne. e' un eterno ritorno del ricordo: la morte dell’infante, rivissuta ogni volta che quella parola — “piangevi” — torna.
Tono e stile
• Tono: straziante nella sua essenzialita'.
• Stile: ridotto all’osso, come se il linguaggio stesso fosse stato impoverito dal dolore. Non c’e' ornamento, non c’e' pieta' poetica.
• Effetto: una preghiera negativa, un mantra di morte.
“piangevi mentre morivi”
Commento critico – Poesia 6
Questa poesia e' una costruzione ossessiva e liturgica del momento della morte, ripetuto e scandito in una forma rituale. L’unico gesto che resta — piangere — e' cio' che da' forma e voce all’intera composizione. Il verbo “piangere” viene declinato come unico evento, unico fatto, unico senso del morire.
La ripetizione e' totale, ma non uniforme: e' organizzata con minime variazioni ritmiche che rendono la struttura simile a una litania funebre. Non c’e' narrativa, non c’e' sviluppo: solo presenza del dolore. E questa presenza e' monotematica, assoluta, crudele.
Temi
• L’agonia come memoria ciclica: la poesia non racconta la morte, la reitera, come se non fosse mai finita.
• L’ossessione del testimone: non c’e' descrizione del neonato, nessuna scena esterna — solo il verbo, ripetuto come un tamburo nella mente di chi ha assistito.
• Tempo spezzato: il passato non e' alle spalle, ma eternamente presente. Ogni “piangevi mentre morivi” e' un’eco viva, mai chiusa.
Tono e stile
• Tono: grave, ciclico, muto. L’emozione e' trattenuta ma devastante proprio per la sua assenza di retorica.
• Stile: iper-minimalista. L’essenzialita' qui e' funzionale alla coerenza espressiva: il linguaggio e' ridotto a un solo nucleo semantico.
• Struttura: ripetizione paratattica. Le virgole e le riprese danno ritmo da salmo oscuro, da nenia funebre priva di catarsi.
Giudizio complessivo
Questa poesia e' uno degli snodi piu' potenti e spietati dell’intera raccolta. Non e' solo una poesia sul pianto: e' la memoria della morte in forma nuda. L’autore non consola, non spiega: testimonia. E lo fa con fedelta' assoluta all’esperienza reale, senza protezioni per se' o per il lettore.
non rappresenta un’emozione: e' un gesto poetico congelato nel trauma. La ripetizione e' sintomo, residuo di un’esperienza traumatica che non riesce a trasformarsi. L’autore si colloca in uno spazio che non cerca ne' pieta' ne' riflessione: testimonia l’accaduto così com’e', nudo, puro, atroce.
e' scrittura radicale, che si rifiuta di consolare. E proprio per questo, tocca un punto assoluto della poesia: quando la forma coincide perfettamente con il contenuto.
“Ti ho guardato morire”
Commento critico – Poesia 7
Questa poesia rappresenta una scena di fusione traumatica e radicale tra osservatore e morente, tra sopravvissuto e morente, tra padre e figlio. e' una poesia che non narra una morte: la attraversa. L’evento non viene descritto dall’esterno, ma vissuto dentro, nella carne, nella coscienza.
“Il mio petto aperto in voragine
mi ha catapultato lì, dove tu eri”
Questa immagine e' centrale: il dolore paterno non e' un sentimento, ma un varco. Una lacerazione del corpo e dell’io che apre uno spazio non simbolico ma reale, da cui l’io viene trascinato nel luogo della morte dell’infante. Empatia assoluta? No. e' di piu': e' co-morte.
Temi
• Testimonianza attiva della morte: l’autore non osserva — partecipa, sente, si contamina della stessa angoscia.
• Abisso come metafora della fine: il “baratro dell’abisso” e' sia la morte, sia il vuoto esistenziale della coscienza che non puo' comprendere ne' accettare cio' che sta accadendo.
• Colpa e impotenza: non nominate, ma presenti nel corpo stesso del testo, nel “petto aperto”, nella “voragine”. Non c’e' accusa diretta, ma tutto e' marchiato dalla lacerazione.
Tono e stile
• Tono: tragico e concentrato, viscerale ma contenuto.
• Stile: lirico e denso, con immagini forti (“voragine”, “baratro”, “terrifico abisso”) che non sono estetizzanti, ma organiche alla struttura dell’evento.
• Sintassi: tesa, fluida, incalzante. Non ci sono pause: si scivola verso il fondo, come il soggetto poetico nel baratro.
Lettura finale
Il verso conclusivo e' una sentenza etica definitiva:
“Nessun infante mai, dovrebbe provar
qualcosa di simile”
e' la sola legge che la poesia afferma: la dignita' inviolabile dell’innocenza. Il testo non cerca spiegazioni. Non offre fede. Riconosce solo un’ingiustizia inaccettabile, un evento che non dovrebbe esistere nel reale. Il dolore vissuto, assorbito, condiviso, non ha redenzione.
Giudizio complessivo
“Ti ho guardato morire” e' una poesia che afferra l’essenza piu' nera del trauma: l’identificazione con la sofferenza altrui fino alla dissoluzione del se'. Non e' una preghiera, non e' una richiesta di pieta' — e' un atto di immersione totale nel terrore innocente. E proprio in questo, ha una potenza assoluta.
“Chi soffre davvero“
Commento critico – Poesia 8
Questa poesia segna un cambio netto di registro: il dolore non e' piu' vissuto o raccontato come esperienza personale o familiare. Qui l’autore si eleva a voce etica e politica, ed espone una verita' spietata sulla natura del mondo: la sofferenza autentica e' invisibile, e l’aiuto e' spesso una maschera.
Temi
• Silenzio e invisibilita' della sofferenza vera: chi soffre nel profondo non ha voce, non viene ascoltato, e se prova a farsi sentire, viene represso.
• Ipocrisia della compassione: non viene definita come gesto attivo, ma come luogo comodo dove non si interviene. e' compassione senza responsabilita', un’etichetta vuota.
• Schiacciamento sistemico degli innocenti: la chiusa e' una condanna radicale e senza eccezioni. Il male nel mondo non e' solo presente, e' facile. Accessibile. Quasi naturale.
Tono e stile
• Tono: disilluso, lucido, accusatorio.
• Stile: sentenzioso, asciutto, con costruzione paratattica e assenza di lirismo. Ogni verso e' una dichiarazione.
• Voce poetica: impersonale, quasi filosofica o civile. L’autore si fa testimone e giudice della struttura sociale e morale in cui viviamo.
Giudizio complessivo
Questa poesia e' una dichiarazione morale. Non si limita a mostrare il dolore: denuncia la dinamica che lo mantiene invisibile e impunito. e' un testo breve, secco, senza pieta'. Ogni verso e' un’accusa. Non c’e' speranza, non c’e' appello: solo constatazione di un fallimento collettivo.
L’autore, che ha attraversato la morte e il trauma nei testi precedenti, qui fa il passo ulteriore: riconduce la propria esperienza a una verita' piu' vasta, sistemica, che riguarda l’intero mondo degli uomini.
“e' maledetto…”
Commento critico – Poesia 9
Questa poesia e' una maledizione totale e cosmica. Non si limita a denunciare il male: lo attribuisce integralmente all’origine, alla radice stessa dell’essere. Qui non si parla piu' di un evento tragico, ne' di colpa personale o sociale: e' il principio stesso della realta' a essere corrotto, infame, irrimediabile.
L’autore pronuncia una condanna che attraversa tutta la genealogia del divino:
1. Il creatore
2. Il suo seme (cioe' la volonta' generativa)
3. Il figlio (quindi la manifestazione incarnata)
4. La creazione (il mondo)
5. Lo spirito (il soffio, l’essenza)
Nulla si salva. Tutto e' maledetto.
Temi
• Rovesciamento della teologia: al posto della trinita' sacra, qui abbiamo una pentasacrilegio, una anti-liturgia.
• Ontologia del male: il dolore vissuto nei testi precedenti porta l’autore a negare ogni possibilita' che il mondo sia stato creato da un bene.
• Impotenza dell’innocenza: dopo aver visto il pianto, la morte e l’abbandono dell’infante, il poeta non puo' piu' credere in un ordine superiore — solo in una colpa originaria radicale.
Tono e stile
• Tono: apocalittico, imprecatorio, implacabile.
• Stile: solenne nella ripetizione, con struttura anaforica. Ogni verso e' una sentenza.
• Lessico: semplice, diretto, ma ritualmente potente. L’uso del verbo “maledetto” come apertura costante crea un effetto da esorcismo rovesciato.
Giudizio complessivo
Questa poesia e' un urlo sacro contro il sacro. Non si tratta di ateismo: e' teologia negativa spinta all’estremo, in cui l’intera impalcatura del divino viene rigettata non perche' inesistente, ma perche' colpevole.
e' un gesto poetico estremo, coerente con quanto precede. Dopo aver vissuto e testimoniato l’insostenibile, l’autore non accusa l’uomo — accusa Dio. E lo fa con lucidita' rituale, nella forma di una maledizione solenne e assoluta.
“Amore: madre…”
Commento critico – Poesia 10
Questa poesia e' il congedo filosofico della raccolta. Dopo la morte, il dolore, la maledizione, l’autore interroga il senso ultimo dell’amore: e' salvezza reale o illusione biologica necessaria? e' nutrimento spirituale o meccanismo adattivo per la sopravvivenza?
La riflessione prende forma da un inizio che recupera la definizione archetipica dell’amore — madre, cura, nutrimento — ma subito la mette in dubbio:
“e' il senso? O un gioco di pieni e vuoti
per la sopravvivenza della specie”
L’autore qui mostra consapevolezza biologica ed esistenziale insieme. L’amore e' forse solo una strategia per non soccombere alla solitudine cosmica. Viene evocata un’immagine straordinaria:
“Come i vuoti spazi astrali
riempiti dalle stelle”
La vita — o l’amore — riempie il vuoto, ma non lo elimina. e' un trucco, un equilibrio precario, un’illusione necessaria ma fragile.
Temi
• Amore come illusione mitizzata: la poesia propone che l’amore non sia salvezza, ma mito costruito per tollerare l’angoscia dell’essere.
• Solitudine ontologica: l’isolamento e' la condizione naturale dell’uomo. La ricerca dell’unione e' solo un tentativo di risposta.
• Fallimento dell’umanita': la chiusa e' durissima:
“In questo mondo di ego, siamo il fallimento.”
Non il mondo ha fallito. L’uomo ha fallito. Nella sua incapacita' di amare, di superare il proprio ego, di creare senso.
Tono e stile
• Tono: filosofico, amaro, disilluso.
• Stile: discorsivo-poetico. La struttura e' in versi, ma l’andamento e' da monologo interiore, da riflessione a voce alta.
• Lessico: semplice ma preciso, con immagini forti (spazi astrali, paternita' divina, brevita' dell’esistenza).
Giudizio complessivo
“Amore: madre, cura, nutrimento” e' una poesia di chiusura e smascheramento. Dopo il lutto, la rabbia e la maledizione, l’autore mette in dubbio l’ultimo rifugio: l’amore. Lo interroga con lucidita': e' reale o costruzione? E conclude che e' tentativo, non salvezza.
In una raccolta che attraversa la morte di un neonato, la perdita, la colpa e l’impossibilita' di consolazione, questa poesia non chiude, non salva, ma comprende. Riconosce che l’uomo tenta di unirsi per sopportare la frattura originaria, ma non riesce. Fallisce, come fallisce l’amore che non salva il bambino.
PNEUMA DAIMON
09 20254 05 2025

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