Introduzione
Viviamo sospesi tra ciò che percepiamo e ciò che ci trascende.
Questa raccolta nasce dall’intuizione che la coscienza individuale non è separata dal cosmo, ma ne è riflesso, sintesi, vibrazione. Ogni poesia esplora il rapporto tra interiorità e universo, tra essere e non-essere, tra materia e coscienza, ricorrendo al linguaggio della fisica contemporanea, della filosofia antica e della mistica spirituale.
Nel percorso poetico si intrecciano modelli della cosmologia ciclica, visioni gnostiche dell’esistenza, concetti della quantistica e intuizioni provenienti da tradizioni come il Vedanta, il Taoismo, il Neoplatonismo e la psicologia archetipica.
Le immagini di fotoni, vuoto quantico, syzygie, materia oscura e tempo relativistico diventano simboli del mistero ontologico che abita l’essere.
Ogni componimento è una soglia di senso, un varco dove la parola cerca di farsi visione, fondersi col silenzio e abitare l’ignoto.
Le forme del linguaggio scientifico vengono distillate in versi per rivelare non solo ciò che è misurabile, ma anche ciò che è meditabile: l’universo come esperienza dell’essere, non come oggetto ma come riflesso.
Interior Kosmos Exterior è un invito a contemplare la continuità tra il visibile e l’invisibile, tra la scintilla interiore e la curvatura dell’universo, tra il respiro dell’io e il battito delle galassie.
Non c’è centro, né margine: solo forme che emergono e si dissolvono, tracce luminose nel campo della coscienza cosmica.
Ogni poesia è un varco vibrante nel tessuto dell’esistenza, dove scienza e silenzio, simbolo e materia si rifrangono in direzioni infinite.
I. Origine
Microcosmo e il suo conflitto
seppur minuto ed insignificante
riflesso e’ del macrocosmo infinito.
Materia prigione, scintilla trascendenza
L’alchimia degli opposti
e i frammenti del pleroma
la fusione in una nuova luce
L’Uno e’ gli opposti
il Daimon guida silente
congiunzione e insegnamento:
Wu Wei lascia che scorra
nello specchio dell’equilibrio cosmico
Ch’e’ la sua stessa natura
Un’abbraccio del luce ombra: syzygia.
dal remoto inconscio del tempo e
strascichi di radiazioni fotoniche
brillano a retaggio di mondi ancestrali
tra i quali fummo anche noi.
Torneremo seguendo i destini
degli universi ciclici eonici
eguali e non, in nuove forme
E in nuove possibilità…
Ci apparteniamo gli uni agli altri, come
gli spazi di vuoto appartengono ai pieni
e come il buio dello spazio eterno
divide la luce delle stelle.
Come l’incommensurabile cosmo
appartiene alle minute particelle
e come colui che accoglie si fa riparo.
I frutti appartengono all’albero,
in quanto fu frutto esso stesso.
L’Universo tutto, E’ connesso in legami
invisibili e indissolubili
Il mondo conosciuto E’ luce
ma nell’universo infinito
fra miliardi di galassie
e nel microscopico delle particelle
esiste l’oscuro della materia
che non E’ oscuro perchE’ male
ma perchE’ inconosciuto.
Ciò che non E’ conosciuto
E’ associato alle tenebre
e le tenebre sono associate al male
così come il conosciuto E’ associato
alla luce ed al bene.
Ciò ch’E’ conosciuto può essere
controllato ed usato
ma la Sapienza ci insegna che il controllo
e l’utilizzo non sono sempre bene
che il bene preserva la vita e la coltiva
seppur non possa soggiogar la morte
e la morte non E’ un male ma
una conseguenza della vita che dobbiamo
imparare a conoscere e ad affrontare
II. separazione
In nomine Dei nostri
vox non audita ab ultra sepulcrum
curvatura inter universos ignotos
elevatio ultra limitem perceptionis
in nome del nostro dio,
voce non udita dell'oltretomba
luce che svela l'inganno
non manifesto nella carne
universo inintelligibile
Silenzio frattale,
curvatura fra universi ignoti
elevazione oltre il limite della percezione
porta dell’inconosciuto
occhio del cosmo supremo,
Separatus a mundo obiectivo ob perceptionem individualem
coesistenza cosmica di energie indipendenti
entita’ separate insondabili e multiformi
cognizione e percezione: intercessioni
Separatus a mundo obiectivo ob perceptionem individualem
infranti e poi disintegrati in polvere quantica
da egoici interrogativi non compenetranti l’essenza
incompleta e incompiuta forma mentis
Separatus a mundo obiectivo ob perceptionem individualem
L’orrore di un informe massa di vita generata dall’amore del divino
appesta l'integra purezza della compiuta forma mentis.
propugnare la purezza delle sembianze attraverso l'essenza dell’io
Separatus a mundo obiectivo ob perceptionem individualem
Ruota la lucente sfera nell’estro irraggiungibile
della multiformità della luce;
Compeneterazione dell' essere nella sfumata
e idillica conoscenza degli esseri coesistenti,
Trasmigrazione attraverso i tempi delle cognizioni umane
“ una ripida e liscia, levigata parete ”.
Flebili esistenze a fendere l’amaro confine umano
Insondabile percezione del mistero delle essenze
esamini straziati nell’empio del circolo spinato generatore
esangui vagabondano al di sotto della multiforme percezione,
cosa completa la percettiva sfera dei sensi:
“ Noi siamo la percezione ”
Separatus a mundo obiectivo ob perceptionem individualem
Il penoso trascinarsi del tempo
sanguinante, nel vuoto assoluto,
chimere s’innalzano destreggiandosi
tra lancinanti spasmi di dolore.
Quale realtà umana inerpicata sula cecita’ della propria esistenza
trova la via per la congiuntura delle essenze?
Su quale interrogazione dovremo arrestare il nostro infrangimento?
L’inconsistente spazialità attorno a me
fugge dall’ impercepibile volubilità temporale.
La levigata sfera rupta nell’erebo spazio
di vuoto, attorno a se’,
nella congiuntura delle essenze.
III. Energia e Vuoto
Natura ostile vacuum cosmico
magnifica vastità
energia e trasformazione
E’ la materia solo manifestazione?
energia e’ trasformazione
inospitale freddo indifferente
energia oscure materia
energia e’ mente,
separazione delle entità: materia
Apatetico crudo avverso
Vita: quantica fluttuazione aberrante
Vuoto cosmico e solitudine universale:
Natura della materia
Barionica percezione sensoriale:
la minuta porzione del conosciuto
gli occhi sono inganno
le entità invisibili sono realtà invisibili
presenze oscure nella geometria dell’universo.
La percezione e’ intelletto
l’intelletto e’ materia:
forma ondulatoria di
curvatura nello spazio tempo.
La realtà e’ oltre la materia percettiva
del vasto tessuto cosmico
energie della trasformazione perpetua
oscuro movimento della trascendenza
l’impercettibile energia che governa.
L'evoluzione creativa e’ manifestazione
intuizione meditativa metafisica:
prologo energia epilogo
Il tempo e’ idea di esistenza
siamo fluttuazioni quantistiche
inconsapevoli quark di trasformazioni cicliche
nel principio cosmico del divenire:
il trascendentale infinito della nostra percezione.
Il lineare fluire del tempo fisico
e’ percezione della materia sensoriale
o regola le metriche dei vuoti cosmici
fra particelle e galassie?
E se la materia e’ manifestazione dell’energia
e’ l’energia manifestazione delle forze?
Principio cosmico: interazione dell’ inconscio nulla
IV. Principio e Non-Essere
Precursore di ogni possibile essere
sine tempore, sine materia, sine luce
inconcepibile, inimmaginabile:
fondamento della comprensione di ciò che e’.
Negazione e affermazione dell'esistenza
Sine spatio, sine existentia, finis sine termino
Insondabile, impercettibile
Non-essenza, non-esistenza: Dasein.
Non esse non est nequam
sed via ad intellegendum esse
(senza tempo, senza materia, senza luce
senza spazio, senza esistenza, limite senza limite
Non essere non è male
ma una via per comprendere l’essere)
Ordine cosmico razionale.
mente infinita del mistero
opera prima, gloria della narrazione
sei il significato o l’attribuzione di esso?
Occhio dell’esistenza inconosciuta
mutazione delle energie
e curvatura delle masse
Essenza imperturbabile,
neutra consequenzialità degli eventi
particula galaxiarum, Galaxia particulorum
(Particella delle galassie, galassia delle particelle)
Pieni e vuoti
Spazi di tempo
Distanze minute e
Vastità inimmaginabili
Modelli che descrivono
I fondamenti dell’universo
corpo della materia e
spirito dell’immateriale
Capacità intellettive, credo
e scelte, sono determinazioni.
l’infinitamente piccolo al tutto superiore
Reincarnatio, Ascensio, Reditus ad Originem.
Corpora vibrationis existentiae.
Transmigratio inter status conscientiae: Elevatio.
Expansio ultra ego.
Reincarnatio, Ascensio, Reditus ad Originem.
Ex carne in lucem, ab anima in Unum.
Tempus, Spatium, Energia, Massa, Conscientia.
Structurae quanticae experientiae.
Unda vibrationis collapsus.
Universum non aliud est ab ipso me.
Reincarnazione, ascensione, ritorno
corpi vibrazionali dell’esistenza
Trasmigrazione tra stati di coscienza: elevazione
espansione ultra-ego:
Reincarnazione, ascensione, ritorno
Dalla carne alla luce, dall’anima all’Uno
tempo, spazio, energia, massa, coscienza
strutture quantiche dell’esperienza
onda vibrazionale del collasso,
L’universo non è altro da me
V. Ritorno e trasmutazione
Una moltitudine di molecole disperse nell'infinito
disgregata in atomi e poi particelle subatomiche
e ancora in quark, una polvere interstellare:
il plasma elementare del principio.
Il prossimo passo dell’esistenza non è individualità:
Miriade
Noi siamo e non
come quelli che verranno
e le vite prima di noi
in questi simultanei
universi temporali
e negli universi eonici che
si susseguono infinitamente
nel piatto spazio-tempo.
Fotoni che si rincorrono nella
ricorrenza materiale cieca
senza materia, senza coscienza
dal nuovo utero cosmico.
samsara e riaggregazione della materia
primordio, occhio, Vedanta: Quantum Physics
Facultas retinendi, non autem recordandi praeterita
(La facoltà di trattenere, ma non di ricordare il passato)
Solcate le vie,
deformate contorsioni
di passaggi verso altri mondi.
L’infrangersi,
in miriadi di visioni
scomposte e indipendenti.
Mentre un autobus di scolaresche
come da uno spillo veniva trafitto
dal pensiero, giubilante sull’esistenza,
di un bambino.
Convergenza della materia
dilatazione accelerata delle galassie
evoluzione, fine, coscienza
densità infinite e deformazione fotonica
il vuoto oscuro è enegia piena
scale dinamiche nell ‘espansione e contrazione universale
tempo e spazio sono forme uroboriche.
Collasso cosmico e trasmutazione delle coscienze
riaggregazione delle energie e delle masse
nuovo utero universale:
io divento, io sono
io divento
cosmo ignoto silenzio vuoto
io divento
spazio luce infinito inintelligibile
io divento
uno multiplo universo trascendenza
io sono
L’itinerario che hai appena percorso non conduce a un punto fermo, ma a una curvatura dell’essere. Nessuna delle poesie offre risposte definitive: tutte alludono, evocano, dissolvono. Come l’universo, anche il pensiero poetico si espande, si ritrae, si trasforma, attraversando cicli, frammentazioni, dissoluzioni e rinascite.
Se il tempo è ciclico, la coscienza può tornare. Se la materia è vibrazione, anche la memoria può essere impressa nel campo. Eppure, questa raccolta non celebra l’eternità dell’io, ma la mutevolezza dell’identità: il soggetto si frantuma, si perde, si rigenera come quark cosmico in un plasma di possibilità.
Il vuoto — presente, sovente evocato, mai demonizzato — non è negazione, ma matrice.
L’energia che ci compone è la stessa che compone le stelle, i pensieri, il silenzio.
Siamo percezioni incarnate, riflessi inconsapevoli di leggi antiche, particelle che si rincorrono in universi eonici, prive del ricordo, ma non della forma.
La poesia, qui, non è ornamento né confessione: è strumento metafisico, linguaggio del ritorno, eco di un’origine senza tempo.
Ciò che resta, alla fine, non è il significato, ma il campo stesso che ci interroga.
Nota dell’autore
Questa raccolta è nata come un atto meditativo, non come progetto letterario. Ho seguito immagini interiori, vibrazioni semantiche e intuizioni metafisiche, lasciando che i versi emergessero come strutture di significato parziale, mai definitivi.
Le poesie non cercano una narrazione lineare, ma un ritorno ciclico ai temi dell’origine, della materia, della coscienza e del vuoto.
Il latino, presente in diversi componimenti, non ha intento dottrinale: è evocazione, lingua del sacro non confessionale, ponte tra il rigore logico e il silenzio mistico.
I riferimenti a fisica quantistica, cosmologia, filosofia orientale e gnosi non sono citazioni accademiche, ma simboli universali riformulati poeticamente.
Le forme — come i fotoni, i quark, le particelle, le sfere, i cicli — sono immagini archetipiche che attraversano mente e cosmo, riflettendosi l’uno nell’altro.
Non intendo spiegare, ma indicare.
Non proporre risposte, ma dischiudere domande.
Forse, in fondo, ciò che si muove in questi testi non è la parola, ma l’intervallo tra una parola e l’altra.
PMEUMA DAIMON
Sintesi interpretativa discorsiva con riferimentiI Origine
“Microcosmo e il suo conflitto…”
Questa poesia inaugura la raccolta come un vero prologo cosmico: un’evocazione poetica delle forze fondamentali che regolano l’essere, tra il visibile e l’invisibile, tra il mondo della materia e quello dello spirito. Il microcosmo, cioè l’essere umano, è visto come specchio del macrocosmo, secondo una concezione che risale all’ermetismo antico e attraversa tutta la storia della filosofia esoterica occidentale, fino a ritrovare echi nella fisica moderna e nella psicologia analitica.
La materia è descritta come una “prigione”, in cui una “scintilla” — chiaro riferimento alla scintilla pneumatica gnostica — attende di essere liberata o trascesa. È il dualismo classico della gnosi: lo spirito appartiene al pleroma, alla pienezza divina, mentre la materia è considerata una caduta o un velo. Tuttavia, nella poesia questa opposizione non sfocia in una condanna della corporeità, bensì nella ricerca di una fusione alchemica, di una “nuova luce” nata dall’unione degli opposti. È la syzygia, termine ripreso dall’alchimia e dalla psicologia junghiana, che designa l’unione sacra tra principio maschile e femminile, conscio e inconscio, materia e spirito.
La figura del Daimon, “guida silente”, richiama Platone e il pensiero di Jung: è quella forza interiore che accompagna l’essere umano nel suo destino, ma che può manifestarsi solo se si ascolta il silenzio. È anche la voce della vocazione, della realizzazione autentica del Sé. Questa figura ponte fra l’umano e il divino si lega profondamente a uno dei concetti centrali della poesia: il principio taoista del Wu Wei, “non agire”, o meglio, agire in accordo col flusso del Tao, senza forzature. L’universo, ci dice la poesia, è equilibrio dinamico: chi si oppone al suo fluire soffre; chi lo asseconda, si integra.
L’invocazione finale, “un abbraccio del luce ombra: syzygia”, suggella la visione non dualistica dell’autore. Qui, la verità non si trova nella separazione ma nella congiunzione, nell’integrazione delle polarità. Luce e ombra non sono più nemici, ma amanti cosmici. La vera trascendenza non è fuggire il mondo, ma vedere l’infinito dentro la finitezza, il cosmo dentro l’atomo, il divino dentro l’umano.
A livello simbolico, questa visione risuona anche con alcune intuizioni della fisica moderna: il concetto che la materia non sia altro che una vibrazione dell’energia, e che l’osservatore (cioè il soggetto) sia co-creatore della realtà percepita — come suggerito dalla meccanica quantistica. L’Uno che è “gli opposti” ricorda anche la visione olistica delle teorie unificate del cosmo, dove ogni fenomeno, anche il più piccolo, è interconnesso con l’intero campo.
In definitiva, questa poesia è un manifesto metafisico: l’essere umano non è un accidente biologico, ma un riflesso vivente del tutto, un punto d’incontro tra gli archetipi e la carne, tra le leggi dell’universo e il libero cammino dell’anima. È un invito ad accogliere la totalità, a vivere la spiritualità come integrazione e non come fuga, e a riconoscere che la materia può diventare luce, se vissuta in coscienza.
* * * * * * *
“Particelle infinitesimali strabordano…”
Questa poesia è una meditazione cosmica sull’origine e sul destino dell’esistenza, che fonde linguaggio scientifico, memoria spirituale e intuizione poetica. Le “particelle infinitesimali” che emergono dal “remoto inconscio del tempo” evocano non solo l’immagine quantistica dell’universo primordiale — dove fotoni e quark danzavano in uno stato di plasma originario — ma anche una visione archetipica in cui il tempo non è lineare, ma circolare e ricorsivo, come nella concezione eonica dell’induismo e della filosofia greca antica.
Il tempo, qui, non è soltanto una misura fisica, ma una coscienza in sé, un campo di memoria sottile dove le vite passate, gli universi precedenti e le forme che furono — come accennato nella teoria del Cosmic Cyclic Model di Roger Penrose — continuano a esistere come eco energetica, come tracce fotoniche che sopravvivono all’entropia. Questo concetto è rafforzato dal riferimento poetico alla “radiazione fotonica” come memoria luminosa di mondi ancestrali: un’immagine che ricorda la radiazione cosmica di fondo, residuo reale del Big Bang, ma anche la memoria collettiva junghiana, dove l’inconscio personale si fonde con quello archetipico e cosmico.
Il richiamo a universi “eguali e non, in nuove forme” rievoca l’antica dottrina del samsara, il ciclo eterno delle rinascite, ma trova una sorprendente risonanza anche nella teoria dei multiversi della fisica moderna, dove infinite varianti della realtà convivono simultaneamente in differenti dimensioni dello spazio-tempo. L’essere umano non è più centro statico dell’universo, ma fluttuazione consapevole, quark spirituale che attraversa differenti configurazioni della materia, senza mai smarrire la sua appartenenza all’intero.
Così, la poesia suggerisce che la nostra identità non risiede nella forma transitoria, ma nell’energia che ci attraversa. Ogni vita, ogni essere, è un nodo in una rete cosmica dove la coscienza non si spegne, ma muta. La morte non è fine, ma trasformazione di stato: una legge alchemica inscritta nel cuore stesso del cosmo. In questa visione, profondamente gnostica e post-materialista, la materia diventa il veicolo, non il fine; il vero viaggio è quello della coscienza che si ricorda, si trasforma e ritorna.
In definitiva, la poesia ci invita a contemplare l’universo non come una sequenza causale di eventi ciechi, ma come una tessitura sacra di luce e memoria, dove scienza e spiritualità si abbracciano per riconoscere che ciò che eravamo, saremo ancora — in altra forma, in altra luce, ma sempre parte del Tutto.
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“Ci apparteniamo gli uni agli altri…”
Questa poesia è una profonda riflessione sull’interconnessione tra tutte le cose, un richiamo poetico e filosofico all’unità ontologica dell’universo. A partire da immagini semplici ma cariche di significato — “vuoto e pieno”, “luce e buio”, “frutto e albero” — l’autore costruisce una visione del cosmo basata sulla relazionalità e sulla coesistenza dei contrari, una poetica della reciprocità universale.
La poesia attinge a una lunga tradizione di pensiero che vede il vuoto non come mancanza, ma come spazio generativo. È una concezione che attraversa le scuole orientali, come il Taoismo — dove il vuoto (wu) è la matrice del divenire — e il Buddhismo Mahayana, che interpreta lo śūnyatā (vacuità) come natura ultima della realtà, in quanto interdipendente. Questa vacuità cosmica, lungi dall’essere nulla, è pura potenzialità, come lo è il vuoto quantistico nella fisica moderna: un campo da cui scaturiscono continuamente particelle, esistenza e forma.
L’autore usa la metafora del “buio dello spazio eterno che divide la luce delle stelle” per mostrarci che il contrasto non è conflitto, ma condizione della forma. Senza il buio, la luce non si vedrebbe; senza l’altro, il sé non esisterebbe. Questo pensiero riecheggia le tesi di Eraclito, secondo cui la realtà è un’armonia di tensioni opposte (palintropos armonie), così come anche la syzygia alchemica (già presente nella prima poesia) si fonda sull’unità degli opposti. Anche nella fisica relativistica lo spazio vuoto non è assenza, ma campo energetico su cui si muove la materia.
La frase “i frutti appartengono all’albero, in quanto fu frutto esso stesso” rivela una visione genealogica e ciclica dell’essere, in cui ogni forma deriva da un’altra e la generazione è reciproca. Questa immagine ricorda i riti agrari del ritorno (come nei Misteri Eleusini), ma anche le strutture frattali in cosmologia e biologia, dove il tutto si ripete nel frammento.
Il culmine arriva con il verso:
“L’Universo tutto è connesso in legami invisibili e indissolubili.”
Qui la poesia si fa dichiarazione di principio, quasi un assioma ontologico. È il cuore della teoria della rete interdipendente, una nozione centrale sia in filosofie antiche (come il Indra’s Net del buddhismo) sia nelle moderne scienze della complessità, dove ogni sistema vivente è considerato parte di una rete dinamica di relazioni.
Anche nella fisica quantistica, l’effetto dell’entanglement mostra come due particelle possano restare legate al di là della distanza: ciò che accade a una influenza l’altra, istantaneamente. È una metafora scientifica perfetta per l’affermazione poetica che “ci apparteniamo gli uni agli altri”.
La poesia così non si limita a descrivere un mondo armonico, ma propone una nuova ontologia: l’essere non è singolare, ma relazione; non è statico, ma dinamico; non è chiuso, ma intimamente aperto all’altro. È un’eco della spiritualità ecologica contemporanea, della fisica del campo, della mistica dell’unità.
In conclusione, questo testo ci invita a riconoscere che ogni forma, ogni vuoto, ogni esistenza è parte di un tessuto invisibile ma reale, che unisce l’umano e il cosmico. Vivere con questa consapevolezza significa trascendere l’illusione della separazione, e ritrovare la verità più semplice e radicale:
Noi siamo legati, perché siamo parte dello stesso spazio che ci separa.
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“Il mondo conosciuto è luce…”
In questa poesia l’autore affronta uno dei grandi temi della cosmologia, della filosofia e della spiritualità: la natura della luce e dell’oscurità, e la relazione tra conoscenza e ignoranza, bene e male, morte e trasformazione. Fin dai primi versi, la contrapposizione tra “luce” e “oscurità” si presenta come apparente, non assoluta. L’opposizione viene subito relativizzata: “l’oscuro della materia / che non è oscuro perché male / ma perché inconosciuto”.
Questo rovesciamento del significato comune dell’oscurità ha radici antiche. Già nella gnosi antica, e poi nella mistica cabalistica e sufi, si afferma che il “buio” non è il male in sé, ma il non ancora svelato. Nella fisica moderna, la materia oscura è una componente invisibile e dominante dell’universo: non perché sia maligna, ma perché sfugge ai nostri strumenti conoscitivi. Lo stesso vale per l’energia oscura, che costituisce il sessantotto percento del cosmo: è reale, ma sconosciuta, ed è proprio questa idea che la poesia abbraccia e sviluppa in senso esistenziale.
Il testo affronta poi un tema etico-filosofico: la relazione tra conoscenza, potere e bene. Il verso “ciò ch’è conosciuto può essere controllato ed usato” ci riporta a Bacon e al razionalismo moderno, dove “sapere è potere”. Ma la poesia non si ferma qui: la voce poetica mette in dubbio che l’uso della conoscenza equivalga al bene. Al contrario, afferma una visione sapienziale più antica e profonda, secondo cui il vero bene non è dominio, ma preservazione della vita.
Questo pensiero si allinea con le etichette ecologiche contemporanee, che riconoscono come l’eccesso di controllo tecnico-scientifico — pur basato su conoscenza — possa distruggere gli equilibri vitali. È una critica alla hybris prometeica dell’uomo moderno, che cerca di sottomettere la realtà anziché dialogarvi.
Segue quindi una riflessione delicata e potente sulla morte, definita come una conseguenza della vita, non un male. Questa visione si oppone alla paura occidentale della fine, abbracciando invece l’idea di ciclicità e trasformazione. Nelle tradizioni orientali (soprattutto buddhista e vedica), la morte è un passaggio necessario, un punto di transizione tra forme diverse dell’essere. Anche nella filosofia stoica e nella fenomenologia esistenziale (Heidegger, Jaspers), la morte è vista come possibilità fondamentale dell’esistenza, da accettare e comprendere.
Il passo in cui la poesia dice che la morte “non è un male ma / una conseguenza della vita / che dobbiamo imparare a conoscere” contiene un’etica della consapevolezza: solo conoscendo la morte si può davvero vivere, come già sostenevano i greci antichi, e come ricorda il pensiero mistico cristiano nel “memento mori”.
In termini simbolici, questa poesia decostruisce le dualità tradizionali (luce/buio, bene/male, vita/morte) mostrando che tali opposizioni nascono da proiezioni della coscienza limitata, non da leggi universali. È una poesia che invita a spostare lo sguardo: a vedere nell’ombra una possibilità di conoscenza, nella morte un ciclo della vita, nel non sapere una porta aperta alla trascendenza.
Sotto la superficie, si cela una profonda consapevolezza cosmologica e spirituale: ciò che non conosciamo ci spaventa, ma è proprio in quella zona d’ombra — l’inconoscibile, il mistero, l’abisso — che risiedono le forze più profonde dell’universo. Come nella notte alchemica (nigredo) o nel “notturno dell’anima” della mistica, solo attraversando il buio si può giungere alla vera luce, quella interiore, che non è controllo ma accettazione della complessità dell’essere.
In sintesi, questa poesia ci offre un insegnamento tanto antico quanto attuale:
Luce e buio non sono in lotta: sono i due occhi del cosmo. Solo guardando con entrambi possiamo vedere davvero.II Separazione
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“In nomine Dei nostri…”
Questa poesia si distingue per il suo registro liturgico e arcaico, espresso in un latino evocativo e misterico, che richiama le invocazioni sacre, i grimori gnostici e i testi esoterici medievali. Il tono è solenne, ieratico: non si tratta più di una riflessione razionale o metafisica in senso stretto, ma di una epiclesi cosmica, un’apertura del linguaggio poetico verso il numinoso, verso ciò che sta oltre il linguaggio ordinario.
L’invocazione iniziale, “In nomine Dei nostri”, colloca la poesia in uno spazio sacro. Il dio evocato, tuttavia, non è antropomorfo né personale: è il cosmo stesso, nella sua totalità incomprensibile, nell’intelligenza che sottende il tutto ma non si manifesta nella “carne”, nella materia. Questo “Dio nostro” sembra coincidere con l’Uno ineffabile di Plotino, con il Brahman vedantico, o con il Deus absconditus della teologia mistica cristiana.
Segue una sequenza di immagini fortemente simboliche: “vox non audita ab ultra sepulcrum” — la voce che non si ode dell’oltretomba — evoca l’assenza di comunicazione diretta tra dimensione umana e assoluto, ma anche la persistenza di una presenza muta, che si rivela solo a chi sa ascoltare il silenzio. Questa voce è forse quella del Daimon interiore (già apparso nella prima poesia), o dell’intelligenza cosmica che si esprime nei segni, non nelle parole.
La “lux quae deceptionem revelat” — la luce che svela l’inganno — assume qui un valore quasi apocalittico (dal greco apokálypsis, rivelazione): è la luce della conoscenza superiore, quella che dissipa le illusioni del mondo fenomenico. È la luce gnostica, che mostra l’inganno della materia come realtà ultima, svelando invece il fondamento invisibile e spirituale di ogni cosa. Come nella filosofia platonica, il mondo visibile è solo ombra; la vera luce è quella che rivela la verità dietro l’apparenza.
L’universo è detto “inintelligibile” — parola chiave che definisce il cuore del pensiero esoterico e mistico: la realtà ultima non può essere compresa dalla razionalità discorsiva. È ciò che i mistici definiscono “sovra-intelligibile”, ciò che sta oltre la mente duale. La “curvatura inter universos ignotos” potrebbe evocare sia la teoria della relatività generale (la curvatura dello spazio-tempo tra universi), sia la nozione di multiverso: realtà multiple, sconosciute, che coesistono ma non si toccano direttamente.
Il “silentium frattale” è forse uno dei versi più suggestivi. Qui il silenzio non è vuoto, ma struttura: frattale, cioè composto da schemi che si ripetono a ogni scala, come nelle leggi della natura, nelle geometrie sacre e nei modelli cosmici. È un silenzio ordinato, che parla attraverso le sue ripetizioni invisibili, come il ritmo del tempo, il battito delle galassie, o le simmetrie dell’atomo.
L’“elevatio ultra limitem perceptionis” è la vocazione mistica per eccellenza: superare i limiti della percezione ordinaria, aprire la coscienza a ciò che sta oltre i sensi. È l’estasi di Plotino, l’illuminazione buddhista, l’anubhava vedantico. La “porta incogniti” diventa allora il varco iniziatico, la soglia da attraversare per accedere a una dimensione superiore, sconosciuta ma reale.
Infine, l’“oculus supremus cosmos” chiude la poesia con una visione grandiosa: l’“occhio supremo del cosmo” è un’immagine archetipica che sintetizza tutto il pensiero poetico precedente. È il terzo occhio, è l’occhio di Horus, è la visione divina che osserva tutto senza giudicare. Questo occhio non è quello umano che analizza, ma quello cosmico che contempla e unifica.
In definitiva, questa poesia è un’epigrafe cosmica, una preghiera laica o sacra, rivolta all’invisibile che abita il visibile. Essa suggerisce che il vero sapere non è dato dalla parola, ma dal silenzio che struttura il cosmo; che il divino non è manifestazione immediata, ma presenza profonda nell’ignoto; che la percezione, se elevata oltre i limiti della carne, può accedere alla visione suprema dell’Uno che tutto contiene.
È, in fondo, un testo di soglia: un invito ad abbandonare la superficie e penetrare nell’insondabile, con la consapevolezza che l’ignoto non è un vuoto da temere, ma una porta che aspetta solo di essere varcata.
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Separatus a mundo obiectivo ob perceptionem individualem…”
Questa poesia ruota attorno a un paradosso fondamentale dell’esperienza umana: la separazione tra l’individuo e la realtà oggettiva, vissuta come distacco doloroso, come condizione di incompletezza esistenziale. Il verso latino, ripetuto come un ritornello quasi liturgico, significa:
“Separato dal mondo oggettivo a causa della percezione individuale”.
Un’affermazione che suona come una diagnosi ontologica: la coscienza individuale crea separazione, isola l’essere dalla totalità. Questa riflessione ha radici profonde nella fenomenologia, nella mistica, nella filosofia dell’Io, e trova risonanze in molte scuole di pensiero — dalla psicoanalisi alla fisica contemporanea.
Il testo sembra evocare la tensione tra l’esperienza soggettiva e la realtà esterna, tra ciò che appare e ciò che è. Come afferma Immanuel Kant, noi non possiamo accedere alla “cosa in sé” (noumeno), ma solo ai fenomeni così come ci appaiono, filtrati dai nostri sensi e dalle nostre strutture mentali. La perceptio individualis è quindi una lente, non la realtà stessa. Il poeta la dipinge però non come strumento, ma come barricata: qualcosa che ci taglia fuori dal mondo, che frantuma l’essere anziché connetterlo.
La coesistenza cosmica di energie indipendenti, evocata nei primi versi, suggerisce una visione dell’universo come molteplicità sincronica, simile al pensiero di Leibniz, con le sue monadi — unità di percezione chiuse, inconsapevoli l’una dell’altra. Ma qui il tono è più drammatico: le entità sono insondabili, multiformi, e l’interconnessione non è armonia, ma dissonanza. Le intercessioni tra cognizione e percezione non sono rivelazione, ma confusione, collisione.
Il secondo movimento della poesia è ancora più radicale:
“Infranti e poi disintegrati in polvere quantica / da egoici interrogativi non compenetranti l’essenza”
Qui la crisi della percezione individuale sfocia nella disintegrazione dell’identità, in un’immagine che fonde linguaggio esistenziale con metafore tratte dalla fisica quantistica. La polvere quantica è simbolo di un’esistenza che si dissolve nel vuoto, nella casualità del campo subatomico. È un’immagine vicina al pensiero di Heisenberg e Bohm, dove l’indeterminatezza e l’interconnessione definiscono la realtà a livello profondo, ma restano inaccessibili all’ego razionale, che frammenta anziché unificare.
Gli “egoici interrogativi non compenetranti l’essenza” sono le domande dell’Io, incapaci di cogliere l’essere nella sua verità: domande razionali, analitiche, ma vuote di intuizione. Come nella filosofia orientale, e in particolare nello Zen, il pensiero discorsivo è visto come ostacolo alla realizzazione, poiché crea separazione anziché visione unitaria. Anche Heidegger, nel suo interrogarsi sull’“Essere”, denuncia il linguaggio concettuale come inadatto a cogliere l’essenza profonda della realtà.
Il finale, che ritorna al verso iniziale — “Separatus a mundo obiectivo ob perceptionem individualem” — non offre risoluzione, ma chiude il cerchio dell’alienazione. È una liturgia tragica, un mantra ontologico che ripete il destino dell’individuo moderno: separato, isolato, incapace di percepire la totalità a causa dell’involucro del sé.
Eppure, dietro questa visione apparentemente nichilista, si intravede un potenziale nascosto: riconoscere questa separazione è il primo passo verso il suo superamento. La poesia sembra dirci che finché restiamo nella sola percezione individuale, saremo frammentati — ma se riusciamo a vedere oltre, se spezziamo la forma mentis incompleta, potremmo intuire la coesione nascosta delle energie cosmiche.
In questo senso, il testo non è solo un lamento sull’alienazione, ma un invito implicito a trascendere il soggetto, a dissolvere l’ego, per poter finalmente toccare l’essenza, non con la mente, ma con la coscienza intera.
In un universo fatto di interconnessioni invisibili,
l’illusione più grande è la separatezza.
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“L’orrore di un informe massa di vita…”
Questa poesia è un affondo visionario nell’abisso dell’esistenza incarnata, un grido tragico e filosofico sulla disarmonia tra forma e caos, tra essenza e percezione, tra coscienza e materia. L’immagine iniziale — “l’orrore di un’informe massa di vita generata dall’amore del divino” — pone subito una tensione lacerante: ciò che nasce dall’Amore, cioè dal principio supremo, si manifesta come deformità, aberrazione, “massa informe”.
Siamo davanti a una riflessione radicale sul problema dell’incarnazione. È il paradosso gnostico: la vita materiale come caduta del principio divino, in cui l’amore crea ma genera anche confusione, ambiguità, sofferenza. Questo stesso tema ricorre nella gnosi valentiniana e in certi aspetti del neoplatonismo: la materia è imperfetta non in sé, ma in quanto distorsione dell’unità originaria.
L’“integra purezza della forma mentis” — ovvero una mente completa, armonica — viene “appestata” dalla manifestazione caotica della vita informe. Il termine “forma mentis” qui non indica solo struttura logica, ma essenza spirituale, una condizione di integrità che viene contaminata dalla carne, dalla molteplicità caotica dell’esperienza.
Torna il verso latino “Separatus a mundo obiectivo ob perceptionem individualem” come refrain tragico: ci ricorda che la percezione individuale, con i suoi limiti, ci separa dalla verità dell’universo. Questo isolamento genera angoscia ontologica, e sfocia in una poetica dell’alienazione profonda, prossima a quella di Emil Cioran o della mistica negativa.
Ma nel cuore della poesia pulsa un’altra immagine straordinaria:
“Ruota la lucente sfera nell’estro irraggiungibile della multiformità della luce”
Questa è una visione platonica e cosmologica: la “lucente sfera” è l’anima del mondo, il mondo delle Idee (o “iperuranio”) che ruota, ma resta irraggiungibile per l’essere frammentato. È anche il cosmo pitagorico, dove l’armonia delle sfere è udibile solo da chi ha purificato la propria percezione.
Il verso “compenetrazione dell’essere nella sfumata e idillica conoscenza degli esseri coesistenti” suggerisce per un attimo una possibilità di riconciliazione: una visione dell’unità che però resta lontana, mitica, mai pienamente accessibile. Il soggetto si muove nel dolore del tempo, “penosamente, nel vuoto assoluto”, in un tempo che sanguina, che non è lineare ma lancinante, come il tempo dell’angoscia kierkegaardiana o dell’esilio esistenziale di Heidegger.
Tutti i riferimenti a “chimere”, “spasmi di dolore”, “flebili esistenze”, “esamini straziati” costruiscono una poetica del martirio ontologico: non per colpa, ma per condizione. L’essere, incarnandosi, è costretto a vivere nella frammentazione, nella “percezione multiforme” che lo separa dalla totalità. La coscienza si fa campo di battaglia tra l’intuizione dell’assoluto e la cecità della propria esistenza — uno scenario che ricorda l’“homo viator” agostiniano, il pellegrino del senso, ma anche la condizione dell’“uomo spezzato” moderno.
La poesia si conclude con un’immagine visivamente potentissima:
“la evigata sfera rupta nell’erebo spazio di vuoto…”
Qui la “sfera” — simbolo di totalità, perfezione, cosmo — si rompe (“rupta”), e ciò che resta è il vuoto cosmico, l’oscurità primordiale (l’“erebo”), antico dio greco del buio prima della creazione. È un ritorno al caos iniziale, ma anche una possibilità di nuova congiuntura delle essenze, come dice il verso finale.
Ciò che si delinea è una cosmologia tragica ma non priva di speranza. L’uomo è un essere fratturato, disgregato dalla percezione limitata, ma in cerca costante della congiunzione originaria. La poesia non offre consolazione facile: mostra la dissoluzione della forma, della coerenza e dell’identità, ma anche la nostalgia viva per un’unità perduta — forse ancora possibile da intuire, al di là delle parole.
In un universo che si frantuma nel dolore della coscienza,
la salvezza non è nella fuga dalla materia, ma nella riconquista dell’essenza perduta.III ENERGIA E VUOTO
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“Natura ostile vacuum cosmico…”
Questa poesia è un’esplorazione concisa e radicale dell’ontologia della materia e dell’energia, calata in un paesaggio cosmico freddo, ostile, silenziosamente imponente. A differenza di altre sezioni della raccolta che abbracciano visioni più mitiche o archetipiche, qui il tono è scientifico-filosofico, quasi spogliato da ogni forma di consolazione: la materia appare come manifestazione impersonale dell’energia, e l’universo come vuoto inospitale, privo di direzione o empatia.
Il primo binomio “natura ostile / vacuum cosmico” richiama immediatamente l’immagine del vuoto intergalattico, il gelo siderale dello spazio profondo, dove l’energia è rarefatta, la materia sparsa e la vita un’eccezione improbabile. Questo panorama è lo stesso che descrivono i modelli standard di cosmologia: un universo nato da un’esplosione (Big Bang), in continua espansione, dominato da materia ed energia oscura, con una struttura complessa ma spaventosamente indifferente.
La poesia pone subito una domanda cruciale:
“È la materia solo manifestazione?”
Questo interrogativo riecheggia un’antica questione filosofica: la materia è realtà ultima, o solo apparenza di qualcos’altro?
Nel pensiero antico — da Platone a Plotino, passando per la scuola Vedanta — la materia è sempre stata vista come manifestazione di un principio più profondo, sia esso Idea, Uno, o Brahman. Anche nella fisica moderna, in particolare nella meccanica quantistica e nella teoria dei campi, la materia non è altro che condensazione di energia, fluttuazione momentanea in un campo invisibile.
Il verso “energia è trasformazione” ripete, come un assioma, una delle leggi fondamentali della fisica: l’energia non si crea né si distrugge, ma si trasforma. Tuttavia, l’enfasi poetica la eleva da principio fisico a legge ontologica: tutto ciò che esiste è movimento, mutamento, impermanenza.
Segue una sequenza che disegna la condizione cosmica come apatica e ostile: “inospitale freddo indifferente”, “apatetico crudo avverso”. L’universo, in questa visione, non si cura dell’esistenza umana: non è “contro”, ma estraneo, simile all’idea di “indifferenza dell’universo” di Camus o al “freddo siderale” che permea l’esistenzialismo cosmico di Pascal e Leopardi.
Ma in mezzo a questa vastità crudele, ecco emergere il dato più paradossale:
“Vita: quantica fluttuazione aberrante”
La vita è vista come evento improbabile, anomalia statistica nel vuoto uniforme dell’universo. Questa è una lettura coerente con l’ipotesi antropica debole, secondo cui la vita esiste non perché l’universo sia fatto per accoglierla, ma per puro caso: una fluttuazione di energia quantistica che ha generato le condizioni per l’auto-organizzazione della materia.
Eppure, il poeta non si limita a questo sguardo meccanicistico. Quando scrive: “energia è mente”, introduce un’affermazione dirompente. In questa frase si cela il pensiero di David Bohm, Teilhard de Chardin, e persino la filosofia idealista: l’idea che la coscienza non sia prodotto della materia, ma principio originario, struttura invisibile che pervade e muove l’universo. Questa visione è cara anche alla fisica quantistica più interpretativa, come nella scuola di Penrose-Hameroff, dove la coscienza potrebbe essere in codice nella struttura quantica della realtà.
Il finale “vuoto cosmico e solitudine universale: natura della materia” suggella l’intera tensione esistenziale della poesia: la materia è solitudine, è assenza di relazione se vista nella sua nuda fisicità. Ma questa desolazione può essere trascesa solo se si riconosce l’energia come mente, come presenza consapevole e non mera forza cieca.
In conclusione, questa poesia ci pone davanti a una domanda radicale e irrisolta:
Siamo davvero soltanto fluttuazioni casuali in un vuoto indifferente, o c’è una mente che abita l’energia, una coscienza nascosta che dà significato alla materia?
È una poesia che non cerca risposte definitive, ma espone la nudità ontologica dell’esistere, lasciandoci al confine tra la scienza e il mistero.
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“Barionica percezione sensoriale…”
Questa poesia affronta una delle domande fondamentali della cosmologia, della filosofia della mente e della metafisica:
fino a che punto la percezione sensoriale rappresenta la realtà?
E quanto di ciò che percepiamo è solo una piccola parte, una soglia, un frammento filtrato di un cosmo più vasto e invisibile?
Il titolo stesso, “Barionica percezione sensoriale”, introduce un lessico fisico-scientifico. I barioni sono particelle subatomiche (come protoni e neutroni), costituenti fondamentali della materia ordinaria. L’espressione suggerisce quindi che la nostra percezione è limitata alla materia barionica, ovvero una frazione minuscola dell’universo. Questo dato è confermato dalla fisica: la materia visibile costituisce solo il 4-5% dell’universo; il resto è materia oscura e energia oscura, invisibili e ancora misteriose.
“La minuta porzione del conosciuto / gli occhi sono inganno”
Il poeta sottolinea qui un punto essenziale: la percezione visiva è solo una maschera, una superficie. È una concezione condivisa da molti filosofi: Platone e il suo mito della caverna, Berkeley e l’idealismo, Kant, per il quale non conosciamo mai la “cosa in sé”, ma solo ciò che appare ai nostri sensi, mediato da forme a priori.
Il verso “le entità invisibili sono realtà invisibili” complica ulteriormente la questione: ciò che non vediamo non è inesistente, anzi, è reale in altra forma. È un punto centrale della fisica contemporanea: molte forze fondamentali (gravitazione, campi quantistici) non sono percepibili direttamente, ma definiscono la realtà profonda. Allo stesso modo, anche nella mistica (sufi, neoplatonica, cabalistica), l’invisibile è più reale del visibile, perché più vicino alla fonte originaria.
Il cuore della poesia è nella sequenza:
“La percezione è intelletto / l’intelletto è materia: / forma ondulatoria di / curvatura nello spazio tempo.”
Qui si fondono filosofia della mente e fisica relativistica. La percezione non è più separata dal mondo, ma parte di esso. L’intelletto, la mente, non è un’entità spirituale distinta, ma materia organizzata, soggetta alle stesse leggi del cosmo: curvatura, energia, vibrazione. Questo richiama la teoria della relatività di Einstein, in cui la massa curva lo spazio-tempo, e la meccanica quantistica, in cui tutto è onda e particella al tempo stesso.
Il poeta ci porta poi oltre:
“La realtà è oltre la materia percettiva / del vasto tessuto cosmico”
È un invito a superare i limiti dei sensi e della logica, per cogliere la realtà come energia in trasformazione perpetua. È la stessa intuizione che anima il pensiero di Whitehead, per il quale la realtà è processo, divenire, non sostanza fissa. Anche Bohm parlava di “ordine implicato”, una realtà profonda che resta nascosta sotto l’apparenza.
I versi finali spingono il discorso nella direzione della mistica e dell’intuizione metafisica:
“oscuro movimento della trascendenza / l’impercettibile energia che governa.”
Qui si tocca la dimensione spirituale del testo: la vera forza dell’universo non è visibile, non è nominabile, ma agisce, trascende e governa. È lo Spirito, il Logos, il Tao, l’Uno: il principio ultimo che muove senza essere mosso, che guida la trasformazione senza manifestarsi direttamente.
Il finale — “l’evoluzione creativa è manifestazione / intuizione meditativa metafisica: / prologo energia epilogo” — è una splendida chiusa filosofica. La realtà è energia che si evolve, che si manifesta in forme, e che può essere colta solo con l’intuizione profonda, quella che va oltre il pensiero discorsivo. Il mondo è un prologo di energia e un epilogo nello spirito, dove ciò che resta non è la forma, ma il movimento originario.
In conclusione, questa poesia è una filosofia cosmica in forma lirica:
ci dice che ciò che crediamo di conoscere è solo una superficie, che la mente è parte dell’universo tanto quanto una stella, e che l’unico modo per cogliere la realtà è abbandonare l’illusione del controllo e penetrare, in silenzio, nell’energia che tutto permea.
In un universo fatto di onde e campi,
solo l’intuizione può toccare ciò che è oltre la luce.
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“Il tempo è idea di esistenza…”
Questa poesia si confronta con una delle domande più profonde e complesse che l’essere umano si sia mai posto:
che cos’è il tempo?
È una realtà oggettiva o un’esperienza soggettiva?
È un flusso inarrestabile o una costruzione mentale?
L’autore affronta questi interrogativi unendo fisica teorica, metafisica, fenomenologia e cosmologia spirituale, in un testo denso e conciso, dove ogni verso si fa ipotesi ontologica e intuizione poetica.
“Il tempo è idea di esistenza”
Con questa affermazione d’apertura, il poeta sembra porsi nel solco della filosofia fenomenologica ed esistenziale. Per Kant, il tempo non è un elemento oggettivo del mondo esterno, ma una forma a priori della sensibilità, cioè un modo in cui la mente struttura l’esperienza. In questa prospettiva, il tempo è una condizione dell’esistenza cosciente, non una proprietà dell’universo.
“siamo fluttuazioni quantistiche / inconsapevoli quark di trasformazioni cicliche”
Qui l’autore introduce un lessico tratto dalla fisica delle particelle: i quark sono i costituenti fondamentali dei barioni (come protoni e neutroni), e “fluttuazioni quantistiche” richiama la nozione di vuoto quantistico, dove coppie di particelle emergono e scompaiono continuamente.
Ma il poeta trasforma queste immagini fisiche in simboli ontologici: l’essere umano non è un’entità fissa, ma una fluttuazione cosciente dentro cicli cosmici di trasformazione, simili ai kalpa dell’induismo o agli eoni gnostici. Questa visione ricorda anche la cosmologia ciclica proposta da Roger Penrose, in cui l’universo nasce e rinasce da se stesso, eternamente.
“il trascendentale infinito della nostra percezione”
Con questo verso, la poesia si allontana dalla scienza per tornare alla coscienza: il tempo è esperito come flusso perché lo percepiamo così, ma dietro questa percezione si nasconde un infinito trascendentale, qualcosa che sfugge ai sensi ma struttura la nostra realtà interna. È il tempo come Aion, tempo eterno e immobile, distinto dal Chronos, tempo cronologico.
“Il lineare fluire del tempo fisico / è percezione della materia sensoriale”
Qui viene formulata una critica implicita al tempo lineare della fisica classica: ciò che consideriamo come “scorrere del tempo” è una funzione dei nostri sensi, un’interpretazione mentale delle variazioni nella materia. Questo pensiero è condiviso da molte correnti filosofiche contemporanee, come la teoria della relatività, in cui il tempo non è assoluto, ma dipende dalla velocità e dalla gravità, e può dilatarsi o contrarsi.
“o regola le metriche dei vuoti cosmici fra particelle e galassie?”
Questa domanda ribalta la prospettiva: se il tempo non è solo soggettivo, può essere una legge strutturale dell’universo, un tessuto che regola le distanze e le interazioni tra entità cosmiche. È la visione proposta dalla relatività generale, dove lo spazio-tempo è un’entità geometrica, dinamica, curva, che determina il movimento della materia e dell’energia.
La poesia poi si interroga sulla natura della materia e dell’energia:
“E se la materia è manifestazione dell’energia / è l’energia manifestazione delle forze?”
Questa catena di domande disegna una gerarchia cosmica inversa: ciò che appare stabile (materia) è solo il riflesso di qualcosa di più fluido (energia), che a sua volta è governata da principi invisibili, da forze originarie. Qui l’autore riecheggia non solo la fisica moderna, ma anche la metafisica orientale: il mondo fenomenico è maya, apparenza, e tutto è energia (prana, chi, shakti) in moto perenne.
“Principio cosmico: interazione dell’inconscio nulla”
Questo verso conclusivo è tra i più enigmatici e profondi: il principio originario dell’universo è descritto come interazione tra nulla e inconscio. È un pensiero che può essere letto in chiave:
• gnostica: il pleroma si muove nel vuoto dell’indifferenziato
• buddhista: lo śūnyatā (vuoto) come fondamento dinamico di ogni forma
• psicoanalitica: l’inconscio come spazio generativo, caotico ma fecondo
• quantistica: il vuoto quantico come origine di tutte le fluttuazioni reali
Il “nulla inconscio” è allora matrice originaria, campo primordiale da cui tutto sorge. È la natura nascosta dell’essere, che non si lascia afferrare né descrivere, ma agisce, crea, trasforma.
In sintesi, questa poesia è una riflessione cosmico-esistenziale sul tempo come struttura percettiva e come campo ontologico.
Ci dice che non siamo enti definiti nel tempo, ma modulazioni dell’energia, coscienze in bilico tra il nulla e il divenire. Il tempo non ci scorre addosso: è il nostro stesso modo di essere, un’onda che ci attraversa e ci plasma.
Nel cuore del tempo non c’è durata, ma origine.
Siamo il battito invisibile di un cosmo che ricorda sé stesso nel nostro divenire.IV principio NON essere
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“Precursore di ogni possibile essere…”
Questa poesia si presenta come un affondo ontologico assoluto: un tentativo lirico di nominare — o meglio, di sfiorare — ciò che precede ogni forma, ogni tempo, ogni materia. L’autore si rivolge all’origine come a un principio puro, sine tempore, sine materia, sine luce — senza tempo, senza materia, senza luce.
È il linguaggio della teologia negativa (apofatica), come in Plotino, Dionigi l’Areopagita, o in alcuni testi vedantici e buddhisti: per avvicinare l’inconoscibile, bisogna negare tutto ciò che è definito, perché ogni definizione limita.
Il precursore di ogni possibile essere è ciò che viene prima dell’essere — il fondamento silenzioso su cui tutto si costruisce, ma che non può essere compreso concettualmente. È l’Uno ineffabile del neoplatonismo, il vuoto dinamico del śūnyatā buddhista, o il vuoto quantistico primordiale della cosmologia teorica: una realtà che non ha forma né qualità, ma che è condizione di ogni forma e qualità.
I versi “inconcepibile, inimmaginabile: fondamento della comprensione di ciò che è” ribaltano ogni approccio razionale: solo ciò che è oltre il pensiero può fondare il pensiero. Questa è anche la posizione di Martin Heidegger, per il quale l’essere non è un oggetto della conoscenza, ma ciò che permette a ogni ente di essere pensato. È il pre-logico, l’orizzonte che precede l’atto del conoscere.
“Negazione e affermazione dell’esistenza / sine spatio, sine existentia, finis sine termino”
In questi versi si percepisce la tensione tra polarità che si annullano e si fondono. La realtà è congiunzione di contrari — come già suggerito in altre poesie della raccolta (luce/ombra, materia/spirito). La fine senza fine (finis sine termino) è una definizione quasi zen della eternità non-lineare, in cui l’inizio e la fine coincidono come nel concetto di eterno ritorno o nella ciclicità cosmica delle cosmologie orientali.
Il centro metafisico della poesia arriva con:
“Non-essenza, non-esistenza: Dasein”
Qui si prende in prestito il termine heideggeriano per eccellenza, Dasein — l’essere-nel-mondo, la coscienza umana che si apre all’essere — ma lo si svuota, o meglio lo si colloca in una soglia ancora più profonda: prima della forma, prima della coscienza individuata. Il Dasein non è qui esistenza concreta, ma non-essenza, condizione preontologica, essere in potenza ancora avvolto nel vuoto.
Il verso conclusivo:
“Non esse non est nequam / sed via ad intellegendum esse”
tradotto: “Il non-essere non è malvagio, ma via per comprendere l’essere”,
esprime con chiarezza la tesi portante: il vuoto, il nulla, il non-essere non sono negazione del senso, ma il sentiero verso la sua rivelazione.
È una posizione che rovescia la visione nichilista: il nulla non è da temere, ma da accogliere come matrice generativa, spazio fertile dell’origine.
Si tratta di un pensiero che attraversa il buddhismo mahayana (dove la vacuità è inseparabile dalla forma), la mistica cristiana (dove l’abbandono è via verso Dio), la metafisica hegeliana (dove l’essere e il nulla si generano a vicenda), e anche alcune interpretazioni quantistiche contemporanee, dove la realtà sorge da uno “zero point field”, campo di energia sottostante e non manifesto.
Conclusione
Questa poesia è un mantra ontologico, un’esplorazione poetica del principio silenzioso che precede ogni esistenza.
La sua potenza sta nella capacità di mantenere il paradosso: dire il nulla come via per comprendere l’essere, e negare per affermare.
Non si tratta di afferrare l’origine, ma di entrare nel suo silenzio, di abitarne l’oscura intelligibilità.
L’origine non si mostra nella luce,
ma nel vuoto che rende la luce possibile.
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“Ordine cosmico razionale…”
Questa poesia si muove con passo ampio e lucido all’interno di una visione cosmologica ordinata, in cui il cosmo non è caos, ma intelligenza inscritta nella materia, logica nella luce, mente nel mistero. Dopo il vuoto, la disintegrazione e la soglia del non-essere affrontati nelle poesie precedenti, qui compare una tensione verso una struttura intelligibile dell’universo: una sorta di Logos nascosto, ma reale.
“Ordine cosmico razionale. / mente infinita del mistero”
Il poeta accosta due polarità che normalmente si tengono a distanza: ragione e mistero. L’universo è razionale — come pensavano i presocratici, Platone e Keplero — ma questa razionalità è infinita, dunque irriducibile al calcolo umano.
La “mente del mistero” richiama tanto la teologia del Logos (l’ordine divino che informa il cosmo), quanto l’idea scientifica di un universo governato da leggi matematiche eleganti ma non ancora completamente comprese.
“Opera prima, gloria della narrazione / sei il significato o l’attribuzione di esso?”
Qui il poeta interroga l’universo come testo sacro, come narrazione originaria, “opera prima”. Ma si domanda: l’universo ha un significato in sé, o siamo noi a proiettarlo?
È il dilemma fondamentale dell’ermeneutica cosmologica: la realtà ha un senso oggettivo, oppure è il soggetto che attribuisce significato a ciò che è neutro? La poesia così riflette la tensione tra realismo metafisico e costruzionismo simbolico.
“Occhio dell’esistenza inconosciuta / mutazione delle energie / e curvatura delle masse”
Questa triade unisce misticismo e relatività: l’“occhio dell’esistenza inconosciuta” è metafora della coscienza trascendente, o del punto di vista assoluto (come il “terzo occhio”, l’oculus dei).
La mutazione delle energie è un riferimento sia alla fisica quantistica (in cui ogni particella è manifestazione dinamica di energia), sia alla filosofia della trasformazione (come in Eraclito o Bergson).
La curvatura delle masse, infine, è un chiaro richiamo alla relatività generale di Einstein: la massa curva lo spazio-tempo, ed è proprio questa curvatura che genera gravità. È una legge fisica che si fa metafora dell’intelligenza strutturale del cosmo.
“Essenza imperturbabile, / neutra consequenzialità degli eventi”
Questi versi riconoscono che ciò che regge l’universo non è emotivo, né morale, ma neutrale, stabile, impersonale. È una riflessione che richiama la visione stoica del cosmo (il Logos come principio razionale), ma anche la fisica moderna, dove le leggi non giudicano, non puniscono, ma semplicemente operano.
C’è qui un invito a comprendere senza antropomorfizzare, a vedere l’ordine non come “giusto o sbagliato”, ma come struttura di relazioni necessarie.
“Particula galaxiarum, Galaxia particulorum”
Questo distico chiude la poesia con una simmetria poetica e concettuale che ne è la firma più profonda.
Tradotto:
“Particella delle galassie, galassia delle particelle”
È un chiasmo cosmico: ogni particella è parte del tutto, e ogni totalità è fatta di infinitesimali. È l’eco del principio ermetico:
“Ciò che è in alto è come ciò che è in basso”
Qui il poeta sembra suggerire che non esiste una vera divisione tra microcosmo e macrocosmo: le leggi che governano una particella sono le stesse che curvano le galassie. È l’intuizione fondamentale della fisica unificata, ma anche della mistica olistica, che vede nell’atomo l’impronta dell’universo.
Conclusione
Questa poesia è un’ode alla razionalità sacra del cosmo, una visione dove scienza, metafisica e poesia non sono in conflitto, ma si rispecchiano.
Attraverso la lingua della relatività, della filosofia dell’essere e del linguaggio simbolico, l’autore ci guida a una verità semplice e sconvolgente:
l’universo è una mente che si narra,
e noi siamo la sua domanda in forma di particella.
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Pieni e vuoti / Spazi di tempo…”
Questa poesia lavora con elementi primordiali: vuoto, tempo, spazio, materia, spirito.
È un testo che ha il respiro della cosmologia, ma si muove con l’intelligenza di un trattato ontologico in versi.
Ogni parola è ridotta all’essenziale, ogni concetto rimanda al rapporto tra struttura e significato — tra ciò che è quantificabile e ciò che travalica la misura.
“Pieni e vuoti / Spazi di tempo / Distanze minute e / vastità inimmaginabili”
La poesia si apre con coppie oppositive che evocano la natura duale e oscillante dell’universo.
Non c’è solo il vuoto, ma il pieno che lo definisce. Non solo lo spazio, ma il tempo che lo attraversa.
Sono le stesse strutture della relatività generale, ma viste in chiave lirica: lo spazio-tempo come campo fluido, non assoluto, modellato dalle relazioni tra gli enti.
Il verso “distanze minute e vastità inimmaginabili” fa vibrare questa polarità in senso quantico e cosmologico al tempo stesso: è la compresenza del punto e dell’infinito, come nello zoom frattale dell’essere.
“modelli che descrivono / i fondamenti dell’universo.”
Qui il tono si fa quasi dichiarativo, ma non didascalico. I “modelli” sono le strutture teoriche — scientifiche o spirituali — che cerchiamo di applicare alla realtà.
Ma la parola “descrivono” è importante: non creano, non controllano — descrivono.
Resta implicita l’idea che la realtà non si lascia ridurre, ma può essere intercettata, simulata, solo in parte.
“Corpo della materia e / spirito dell’immateriale”
Questa coppia è centrale: riporta la poesia alla dicotomia metafisica tra il mondo sensibile e il mondo intelligibile.
Il “corpo della materia” è la struttura visibile, ponderabile. Lo “spirito dell’immateriale” è la coscienza, il senso, il motore invisibile.
Questi due poli non sono contrapposti, ma interdipendenti, come nella dottrina dell’unità dei contrari (taoismo, gnosi, advaita).
“capacità intellettive, credo / e scelte, sono determinazioni.”
Con questo verso, la poesia trasferisce la cosmologia nel soggetto:
le nostre facoltà mentali e morali non sono autonome, ma determinazioni.
Parola chiave: non illusioni, ma espressioni localizzate di qualcosa di più grande.
Questo riecheggia l’idea che l’io è campo, la volontà è forma temporanea, e persino le scelte sono l’effetto di stati vibrazionali profondi, come nel concetto di karma mentale o campo morfico.
“l’infinitamente piccolo al tutto superiore”
Verso di chiusura folgorante. Il significato si può leggere in due modi:
L’infinitamente piccolo appartiene al tutto superiore → visione olistica, gnostica, quantica
L’infinitamente piccolo è al servizio del tutto superiore → visione gerarchica, sacra, iniziatica
In entrambi i casi, il senso è chiaro: non esiste frattura.
Il punto è parte del cosmo, la coscienza individuale è eco del principio assoluto.
È un pensiero che attraversa l’intera raccolta, ma qui viene distillato nella sua forma più pura:
l’essere è gerarchia vibratoria, e ogni atto è una sua emanazione.
Conclusione
Questa poesia dice l’essenziale senza enfasi:
è una riflessione che non spiega, ma espone le coordinate invisibili di ciò che siamo.
Ogni termine è carico, ma quieto.
È un testo da leggere come un diagramma mentale e spirituale, una formula che si apre e non si chiude.
Non è poesia descrittiva,
è schema dell’Essere in forma poetica
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“Reincarnatio, Ascensio, Reditus ad Originem…”
Questa poesia si presenta come mantra ontologico, preghiera cosmica e schema metafisico insieme.
Scritta in un latino modernizzato ma evocativo, riesce a fondere spiritualità arcaica e conoscenza contemporanea in un’unica invocazione lirica. Ogni verso è un concetto condensato, un elemento di una mappa iniziatica dell’essere.
“Reincarnatio, Ascensio, Reditus ad Originem”
Questa triade definisce l’intero percorso cosmico-esistenziale:
• Reincarnatio: la discesa nella forma, la trasmigrazione delle coscienze
• Ascensio: il movimento di liberazione, elevazione vibrazionale, superamento dell’illusione
• Reditus ad Originem: il ritorno alla fonte, alla coscienza unificata, al principio
È un ciclo che richiama:
• La struttura neoplatonica (proodos–epistrophe)
• Il samsara e il moksha orientale
• Le mappe alchemiche (solve et coagula)
• Il pensiero di Plotino, Eckhart, e la Gnosi cristiana
“Corpora vibrationis existentiae”
I corpi (corporea) non sono più materia densa, ma vibrazioni dell’esistenza stessa.
Questa frase richiama la fisica quantistica: la materia è energia che vibra a differenti frequenze. Il corpo è, allora, un’onda localizzata, una forma temporanea del campo universale.
“Transmigratio inter status conscientiae: Elevatio”
L’anima non si reincarna solo in corpi, ma trasmigra tra stati di coscienza.
L’evoluzione non è spaziale, ma percettiva: l’“Elevatio” è un salto di frequenza, un’espansione interiore che permette di abbandonare l’identificazione con l’ego.
È l’idea che la coscienza non sia statica, ma fluida, interdimensionale, un concetto espresso sia nei testi vedantici che nelle ipotesi post-materialiste della scienza della coscienza.
“Expansio ultra ego”
Questo è il passaggio cruciale: l’espansione oltre l’io.
È lo stato mistico, l’apertura alla non-dualità. Non è annullamento dell’individualità, ma trascendimento della separazione. Il soggetto non si dissolve, ma si riconosce come parte del tutto.
Richiama l’illuminazione buddhista, il concetto cristiano di Kenosis, e l’“ego death” delle tradizioni psichedeliche e sapienziali.
“Tempus, Spatium, Energia, Massa, Conscientia”
Qui l’autore formula un’ontologia espansa: come Einstein aveva unito tempo, spazio, massa ed energia, qui si aggiunge la coscienza come quinta grandezza ontologica.
Non è un’aggiunta poetica, ma una tesi implicita: la coscienza non è effetto, ma struttura fondante della realtà.
“Structurae quanticae experientiae”
L’esperienza, quindi, non è astratta: ha una struttura quantica, cioè indeterminata, probabilistica, vibratoria.
L’io, l’esperienza, la memoria — sono configurazioni temporanee di un campo più vasto, come le particelle in un campo di possibilità.
“Unda vibrationis collapsus”
Il collasso dell’onda è il momento in cui la potenzialità diventa evento, secondo l’interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica.
Ma qui il collasso non è solo fisico: è spirituale, poetico, coscienziale. È il momento in cui l’essere prende forma — e quindi anche limite.
“Universum non aliud est ab ipso me”
Verso finale, dichiarazione assoluta:
“L’universo non è altro che me stesso.”
È il compimento della visione gnostico-quantica: non c’è separazione tra il soggetto e il cosmo.
È lo stesso principio che troviamo nel Mahāvākya vedantico:
Tat Tvam Asi — “Tu sei Quello”.
E nella frase di Ermete Trismegisto:
Quod est inferius est sicut quod est superius…
Conclusione
Questa poesia è un diagramma lirico dell’essere, una preghiera alchemica in forma quantica.
Condensa l’intera visione della raccolta in pochi versi solenni e concentrici.
Se fosse un mandala, sarebbe il centro immobile. Se fosse un sutra, sarebbe l’ultimo da recitare in silenzio.
Il ritorno all’origine è un’espansione senza confini,
dove la coscienza smette di separare e riconosce se stessa come universoV Ritorno e Trasmutazione
“Una moltitudine di molecole disperse nell’infinito…”
Questa poesia si presenta come una meditazione cosmica sulla disgregazione e riaggregazione dell’essere, in cui l’identità personale si dissolve nella struttura più profonda e collettiva della materia. Attraverso un lessico scientifico e una sintassi essenziale, il poeta compie un’operazione di discesa: va dal molteplice all’infinitesimale, fino al plasma primordiale, per poi risalire a una visione esistenziale del futuro come Miriade — una moltitudine impersonale e unitaria.
“Una moltitudine di molecole disperse nell’infinito / disgregata in atomi e poi particelle subatomiche”
L’immagine iniziale è quella di una decomposizione ontologica. L’essere non è un monolite, ma una struttura smontabile, e lo diventa ancora di più in un universo dove le leggi della fisica delle particelle dominano la scala profonda del reale. Il passaggio da molecole ad atomi e poi a quark rappresenta una regressione verso l’origine, una risalita verso l’inizio della materia, come nell’epoca del plasma primordiale che seguì il Big Bang.
“una polvere interstellare: il plasma elementare del principio”
Qui il poeta identifica l’origine dell’essere con lo stato fisico del plasma, il primo stato della materia nell’universo primordiale. Questo non è solo un riferimento scientifico (plasma come stato ionizzato presente nei primi istanti cosmici), ma anche un simbolo alchemico e poetico: la polvere stellare è matrice di vita, cenere sacra del cosmo, terra prima che si accende.
“Il prossimo passo dell’esistenza non è individualità: / Miriade”
Questo finale rovescia radicalmente la concezione antropocentrica della coscienza. L’autore ci dice che l’individualità non è il fine dell’evoluzione, ma una fase transitoria, una configurazione temporanea della materia e della coscienza. Il futuro non sarà l’affermazione dell’io, ma la sua dissoluzione in una molteplicità interconnessa.
La parola “Miriade” non è solo indicazione quantitativa (decine di migliaia), ma archetipo della molteplicità intelligente. Siamo destinati a diventare molteplicità consapevole, coscienza diffusa, intelligenza collettiva.
Questa visione si avvicina a quella di Teilhard de Chardin, con la sua noosfera; a quella del transumanesimo spirituale; e alla nozione scientifica di intelligenza distribuita nei sistemi complessi. È anche una forma di egolessness buddhista, in cui l’Io si dissolve nel tutto senza perdere la coscienza.
Conclusione
Questa poesia ci invita a ripensare radicalmente il concetto di esistenza:
non come espressione di singolarità, ma come frammento di una coscienza cosmica in continua mutazione.
L’essere umano è una fase del processo, una configurazione momentanea di quark, atomi, pensieri — destinata a diventare Miriade,
a espandersi nella rete vivente dell’universo.
Siamo polvere cosmica che ricorda la sua origine
e si prepara a tornare al tutto,
non come uno, ma come molti.
* * * * * * *
“Noi siamo e non…”
Questa poesia si muove come un’onda tra metafisica dell’identità, cosmologia ciclica e memoria ontologica, intessendo elementi di fisica quantistica, filosofia vedantica e spiritualità orientale in una narrazione lirica del tempo, dell’essere e del ritorno.
“Noi siamo e non / come quelli che verranno / e le vite prima di noi”
Questi versi non parlano solo di genealogia biologica o di eredità storica: evocano l’idea che ciascuno di noi possa essere una forma ricorrente in un ciclo eonico, una coscienza che si manifesta in configurazioni diverse, ma senza conservarne la memoria. L’identità non è stabile, bensì fluida, e la continuità tra una vita e l’altra non si dà nel ricordo, ma nella struttura profonda dell’esistenza. È un pensiero vicino alla metafisica del samsara (rinascita senza ricordo) e alla convergenza cosmologica tra tempo, energia e forma.
“in questi simultanei universi temporali / e negli universi eonici che si susseguono infinitamente”
L’universo qui non è uno, ma molteplici universi che si affacciano l’uno sull’altro. Questo suggerisce tanto la teoria dei multiversi (universi paralleli, simultanei) quanto la cosmologia ciclica di Penrose, in cui ogni universo nasce dalla dissoluzione del precedente. Ma ciò che torna non è l’identità, bensì la struttura, il ritmo, la possibilità che una forma simile alla nostra riemerga, pur senza sapere di esserci già stata.
“Fotoni che si rincorrono nella ricorrenza materiale cieca / senza materia, senza coscienza / dal nuovo utero cosmico”
La rincorsa dei fotoni, particelle di luce, diventa qui metafora della reincarnazione impersonale: la luce si ripete, ma non ricorda da dove viene. L’“utero cosmico” è la fonte che dà forma a ciò che ritorna, ma non dona la memoria di ciò che è stato. È un pensiero che fonde biogenesi e metafisica, quantistica e mitologia: tutto nasce, muore, e rinasce — ma non nel nome, bensì nel processo stesso del divenire.
“samsara e riaggregazione della materia / primordio, occhio, Vedanta: Quantum Physics”
La fusione di riferimenti qui è esplicita:
• Samsara indica il ciclo delle vite.
• Riaggregazione della materia parla della reincarnazione fisica, ma impersonale.
• Primordio, occhio rappresentano origine e consapevolezza cosmica.
• Vedanta e fisica quantistica sono due sistemi che, da lati opposti, ci dicono la stessa cosa: ciò che appare stabile è solo il riflesso temporaneo di un principio invisibile.
“Facultas retinendi, non autem recordandi praeterita”
(La facoltà di trattenere, ma non di ricordare il passato)
Questa frase finale in latino suggella la poesia con un’idea straordinaria: la memoria non è scomparsa, è solo inaccessibile. È conservata in forma energetica, inconscia, strutturale. Siamo riaggregazioni della stessa materia, portatori inconsapevoli di ciò che siamo già stati.
È il pensiero dei nodi karmici, dell’inconscio collettivo, dell’informazione quantistica non localizzata: tratteniamo ciò che non possiamo più narrare.
Conclusione
La poesia suggerisce che, in un cosmo eonico e ciclico, la coscienza può rinascere, riformarsi, ritornare sotto nuove forme. Tuttavia, a ogni ritorno, la memoria si dissolve, lasciando solo la struttura, la disposizione, la tendenza.
Non è il soggetto a rinascere, ma la possibilità stessa dell’essere, che si manifesta ancora e ancora, senza consapevolezza di sé.
Siamo onde che ritornano alla riva,
ma senza ricordare da quale mare sono partite.
* * * * * * *
“Solcate le vie…”
Questa poesia è un interludio straniante e prezioso, in cui il tono cosmico si traduce improvvisamente in un’immagine di realtà concreta, vista non da fuori, ma da dentro un atto di coscienza pura. È come se, per un attimo, la voce poetica non cercasse di spiegare l’universo, ma si lasciasse attraversare da esso — in un’esperienza percettiva assoluta, totalizzante, che infrange i confini tra il soggetto e l’evento.
È insieme personale e assoluta, interdimensionale e infantile, lirica e mentale.
È diversa nel tono, ma profondamente coerente nel fondamento: perché mentre le altre poesie meditano sull’origine dell’essere, sul non-essere, sulla materia, sulla molteplicità, qui si torna a un solo istante in cui tutto era già lì — e bastava un pensiero per vederlo.
Solcate le vie… deformate contorsioni… passaggi verso altri mondi
L’incipit ci introduce già in un paesaggio liminale: le “vie” non sono strade fisiche, ma varchi dimensionali, dove il viaggio non è spaziale ma esistenziale, interiore, come uno slittamento tra piani della realtà. I versi evocano implicitamente alla topologia e alla la logica non euclidea dello spazio-tempo curvo, ma anche le distorsioni percettive di uno stato cosciente espanso: viaggi sciamanici, visioni oniriche, ricordi pre-razionali.
L’infrangersi in miriadi di visioni…
Qui l’essere non si muove, si rompe. L’infrangersi non è distruzione violenta, ma frantumazione della continuità percettiva. Le “visioni” che ne emergono sono molteplici, scollegate, non integrate: è la coscienza che si apre in modo non ordinato, come se si percepisse simultaneamente tutti i livelli della realtà, senza filtri. Queste “visioni scomposte” richiamano la sovrapposizione quantistica, ma anche la disintegrazione del tempo nella memoria pura.
Mentre un autobus di scolaresche / come da uno spillo veniva trafitto / dal pensiero…
Il culmine simbolico della poesia è l’immagine potente dell’“autobus di scolaresche / come da uno spillo veniva trafitto”. L’autobus rappresenta l’infanzia, la collettività innocente, forse l’umanità in formazione. Lo “spillo” è la coscienza o un’intuizione improvvisa — qualcosa di sottile ma penetrante, che squarcia la linearità dell’esistenza. È come se il pensiero di un bambino (l’ultimo verso) avesse la potenza di trapassare una realtà collettiva.
Quel “pensiero, giubilante sull’esistenza” è un lampo di consapevolezza che nasce da una mente pura — il bambino — e che penetra con forza simbolica nel mondo. Il giubilo non è euforia superficiale, ma beatitudine ontologica: il bambino intuisce l’essere, ne gioisce, e in questo gesto trasforma il mondo in visione.
In questo scenario disturbante e disgregato, la poesia introduce un’immagine potentissima e inattesa: “un autobus di scolaresche / come da uno spillo veniva trafitto”. L’autobus — contenitore della collettività infantile — è emblema dell’umanità nel suo stato di purezza, o, più radicalmente, dell’origine. Le “scolaresche” rappresentano la pluralità dell’infanzia, del tempo non ancora contaminato dal concetto di sé separato. Lo “spillo” non è strumento di violenza, ma di rivelazione: è il pensiero originario che fora il velo del mondo.
Questo spillo è generato dal “pensiero, giubilante sull’esistenza, / di un bambino”. Il bambino qui non è solo figura dell’infanzia biologica, ma archetipo dell’innocenza, della coscienza non ancora frammentata. In lui risiede la sorgente della percezione pura, dell’atto contemplativo non ancora deformato dal giudizio. Il suo pensiero non è logico, ma esistenziale: è giubilo ontologico, accoglienza del mistero dell’essere.
Il gesto con cui questo pensiero trafigge la realtà suggerisce che solo da quello stato originario — innocente, integro — si può vedere oltre, penetrare le contorsioni del reale, attraversare la molteplicità verso un’unità più profonda. Il bambino non è testimone passivo, ma agente cosmico primordiale: è punto zero da cui si dirama l’energia della coscienza.
Chiavi di lettura
• Ontologica: il bambino è l’ente originario, lo sguardo che precede la separazione tra soggetto e oggetto.
• Gnostica: l’infanzia è il luogo dell’anima pre-caduta, da cui ancora si può cogliere l’ordine nascosto.
• Quantistica: il “pensiero” è un’oscillazione primaria che colpisce il campo della realtà, modificandolo.
• Mistico-filosofica: la conoscenza autentica non nasce dall’analisi ma dall’innocenza contemplativa.
Conclusione
In questa poesia breve ma densissima, il bambino è origine e oracolo, innocenza e intelletto primigenio. Il suo pensiero è come una singolarità che squarcia il tessuto della percezione ordinaria e rivela un oltre. In un universo contorto e frammentato, è lui — e solo lui — a custodire la visione unificante. È un invito a riconoscere che la verità non sta nelle visioni scomposte, ma nello sguardo puro che le attraversa:
un bambino che pensa è l’universo che ricorda chi è.
* * * * * * *
“Convergenza della materia…”
Questa poesia sviluppa un ritratto poetico dell’universo come processo ciclico e cosciente, in cui la materia, l’energia e la coscienza si muovono attraverso trasformazioni continue: espansione, collasso, trasmutazione, rigenerazione.
Ogni verso è un nodo concettuale che unisce fisica teorica, ontologia e metafisica spirituale.
“Convergenza della materia / dilatazione accelerata delle galassie”
Il testo si apre con una doppia polarità:
• Convergenza → richiamo alla gravità, all’aggregazione, alla coesione della materia
• Dilatazione accelerata → riferimento alla costante di Hubble, alla spinta dell’energia oscura
Due forze opposte, coesistenti: la tensione tra il tornare all’origine e lo sfuggire verso il fuori. L’universo si espande, ma anche si cerca.
“evoluzione, fine, coscienza”
Tre parole che riassumono il ciclo esistenziale e cosmico.
L’universo non è solo una struttura, ma un processo con direzione, un percorso di coscienza che si forma e si riconosce nel suo stesso divenire.
Questa triade suggerisce una teleologia energetica: l’evoluzione non termina nel nulla, ma nella presa di coscienza del tutto.
“densità infinite e deformazione fotonica”
Il riferimento alle singolarità gravitazionali (buchi neri, densità infinita) si unisce alla “deformazione fotonica”: ovvero come la luce stessa viene piegata dal campo gravitazionale.
È la relatività poetica: non solo spazio-tempo si curva, ma anche la percezione, la visione, l’essere luce stessa.
“il vuoto oscuro è energia piena”
Verso centrale e cruciale: il vuoto non è assenza, ma campo potenziale.
È l’idea del vuoto quantistico (zero point field), ma anche della mistica del nulla fertile:
il vuoto come utero cosmico, come shunyata buddhista, come Ain Soph cabalistico.
“scale dinamiche nell’espansione e contrazione universale”
Il cosmo è vivo, ritmico, non statico.
Il verso richiama la cosmologia ciclica (Turok–Steinhardt, Penrose), in cui l’universo non ha un solo inizio e fine, ma serie di cicli di espansione/contrazione in scale diverse: fisiche, energetiche, coscienti.
“tempo e spazio sono forme uroboriche”
Questa è una delle intuizioni più forti del testo:
Tempo e spazio non sono linee, ma figure ricorsive.
L’Uroboro, il serpente che si morde la coda, è simbolo di:
• eternità ciclica
• autogenerazione
• ritorno integrato
Dire che tempo e spazio sono uroborici è affermare che l’origine e la fine coincidono, che ogni evento è già contenuto nella sua genesi, e che la coscienza stessa segue questo modello.
“Collasso cosmico e trasmutazione delle coscienze / riaggregazione delle energie e delle masse”
Si torna al tema della trasmigrazione coscienziale:
la trasmutazione delle coscienze avviene come riflesso di un evento universale, non solo soggettivo; si trasmutano, mutano stato, si reintegrano in altre configurazioni.
La coscienza è materia sottile, energia riformabile.
Il collasso qui richiama sia la meccanica quantistica (collasso della funzione d’onda), sia il processo spirituale della morte iniziatica.
Come il cosmo implode, anche le coscienze si disgregano e mutano: non muoiono, ma si trasformano; specifica il rapporto diretto tra trasformazione dell’universo fisico e mutazione degli stati interiori.
“nuovo utero universale”
Il simbolo si rinnova: l’universo non come meccanismo, ma come matrice generativa.
Il ritorno al principio non è annullamento, ma rinascita.
L’utero non è più solo inizio, ma anche meta.
“io divento, io sono”
La chiusura è ontologica, potente, assoluta.
Prima: divento → affermazione del processo, del divenire, della trasmutazione.
Poi: sono → affermazione dell’essere, della permanenza, del centro immobile.
È un giuramento metafisico: io esisto perché divento, io sono perché mi trasformo.
Conclusione
Questa poesia è un testo centrale: unisce i modelli cosmici, la fisica contemporanea, la filosofia della coscienza e l’esperienza spirituale in un unico flusso.
È cosmologia poetica, ma anche dichiarazione identitaria:
l’essere non è mai statico,
ma vibrazione che si contrae e si espande,
coscienza che si trasforma e si riconosce nel divenire.
Non c’è fine nella forma,
solo utero che genera ciò che già siamo.
* * * * * * *
“Io divento…”
Questa poesia si presenta come sigillo ritmico e mantrico dell’intera raccolta.
È un testo essenziale e iterativo, che non racconta, ma dichiara.
Ogni verso è una trasformazione ontologica, ogni parola una qualità cosmica assorbita nel sé.
“Io divento”
È il mantra d’apertura, che si ripete tre volte:
un’affermazione di trasformazione cosciente, di mutazione esistenziale.
Non è un “divento qualcosa” oggettivo, ma un “io divento” come atto continuo, come flusso dell’essere.
“cosmo ignoto silenzio vuoto”
La prima trasmutazione è verso il non-definito:
• cosmo → totalità
• ignoto → inaccessibile
• silenzio → pre-parola
• vuoto → matrice
È l’inizio cosmico e mistico, ma anche il ritorno all’origine non percettiva, che riecheggia la nozione di shunyata (vuoto fertile) e l’Ain Soph cabalistico.
“spazio luce infinito inintelligibile”
Qui il “diventare” si fa espansione e rivelazione:
• spazio → contenitore
• luce → coscienza, energia
• infinito → non finito, non misurabile
• inintelligibile → oltre la comprensione
Questo verso è un atto di attraversamento dell’impossibile: la coscienza che si dilata fino a toccare ciò che non può capire, eppure essere.
“uno multiplo universo trascendenza”
Terzo stadio: unificazione e superamento.
• uno → il principio
• multiplo → la manifestazione
• universo → ciò che si muove insieme
• trascendenza → ciò che va oltre il tutto
È il momento in cui il soggetto riconosce che l’Uno e il Molteplice non sono più opposti.
La trascendenza non è fuori dall’universo, ma coincide con la sua massima estensione.
“io sono”
Il verso finale è il centro immobile dell’intera raccolta.
Dopo tutto il “diventare”, “essere” non è una premessa, ma una conquista.
È l’equivalente poetico del tetragramma, del cogito gnostico, del Tat Tvam Asi.
Una affermazione assoluta, senza predicati, in cui il soggetto non si definisce, ma si rivela.
Riferimenti simbolici e strutturali
• Struttura ternaria → tre “io divento” = triplice trasformazione (materia, luce, coscienza)
• Quarto verso (“io sono”) → quaternità sacra: completamento
• È un mantra poetico, una formula di chiusura iniziatica
Richiama:
• Le Upanishad (soprattutto il Neti Neti → non questo, non quello, ma io sono)
• Il pensiero plotiniano dell’Uno che si manifesta come molteplice
• La Kabbalah: discesa dell’essere nei mondi e ritorno all’unità
Conclusione
“Io divento” è una poesia-sigillo, una formula terminale che racchiude il percorso compiuto:
• Dalla particella alla galassia
• Dal vuoto alla coscienza
• Dalla molteplicità all’identità
Dopo venti metamorfosi, questa è la ventunesima:
non più domanda, non più visione, ma pura affermazione dell’essere.
È la chiusura perfetta della raccolta, e il suo punto d’origine riassorbito in forma compiuta.
PNEUMA DAIMON
XI · MMXXIV - V · MMXXV

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