Noi Siamo l’inferno
Mia amante, sorella e amica
disgiungimi da queste spoglie mortali
cullami nella beatitudine della non consapevolezza
lascia che dimentichi, che sia dimenticato
riportami all’inconsapevolezza
voglio tornare a casa
riportami a casa
Noi Siamo l’Inferno
Petricore
Quattro giorni di petricore,
finalmente la pioggia
ha smorzato l’arsura,
profumi sublimi, si sono
espansi nell’aria
e coi tuoi schiamazzi
riempito ogni cuore
Aveva gli occhi aperti
mentre moriva;
la luce si spense e
la vita spirò dal suo corpo.
La sua smorfia contratta
e la pelle rigida, come di cera.
È stato lì che capii:
tutto ciò ch’eri stato
era svanito in quel momento,
che tutto ciò che siamo
è fragile e transitorio,
che non esiste niente dopo,
che non esiste niente prima.
Non esistiamo,
la morte è principio e compimento.
Noi siamo inferno,
noi siamo morte
Il tuo coriaceo volto
si è estinto dalla mia memoria
ma quell’albero sa tutto.
Sa dei colpi furiosi
che ti hanno sottratto,
sa della luce livida e
dell’ignara coscienza che
ha abbandonando il tuo corpo
del caos ignominioso del disfacimento.
Sa della divinità che ha posto il suo dominio.
Sei sparito come se mai fossi esistito,
chi ti ha cercato poi, ha smesso.
Lui sa anche questo:
che la scintilla dà
che la scintilla prende
Non hai riposo
non ti culli nella pace
e nemmeno gridi vendetta.
A chi mi chiese risposi nulla
perché nulla è ciò che eri
e nulla è ciò che sei
Non so più se sia vero
oppure se sia stato solo un sogno.
Sei venuto, tornato come un ricordo
ma ciò che conta è che non m’importa.
Non valevi niente da vivo,
men che meno ora che sei morto.
E quei cari che dicevano d’amarti…
è tutto così, solamente ridicolo.
L’amore è abitudine e possesso
Ti è stato negato ogni rito
poiché questo mondo è solamente
dominio e prevaricazione.
La natura ce lo insegna
nel suo gioco di vita e morte
di sopraffazione del debole.
Loro vomitano ideali ma anch’essi
sono parte del tumulto
insignificanti pedine delle forze,
non hanno coscienza della scintilla
colei che guida, dà e prende
Sotto l’albero riposi e
nutrimento sei soltanto.
La null’essenza che ti ha rigurgitato
alla fine ti ha fagocitato.
Deprivato di ogni bene, e pure, d’ogni male
deprivato dell’esistenza che niente altro è
se non corpo materiale e tempo
e colui che invoca il diritto alla vita
ed il non diritto a prenderla, non sa
chi decide e prende, si fa dio
Sei importante quanto la tua candida sorella
ma nessuno ti loda e nessuno esulta
tutti ti temono, ti evitano, scappano via.
Quanto poco ti conosciamo, intrepida amante
che per tutti hai un sorriso ed uno sguardo.
Quanto poco sappiamo del muto gorgo in cui ci trascini
se di muto gorgo poi si tratta.
Sogni e visioni soggiacciono solo in questo spazio tempo?
Non posso credere solo per il gusto di farlo
ma attenderò che il nostro amore si consumi,
acconsentirò che tu mi rapisca
che tu apra i miei occhi oppure
che per sempre tu li chiuda
Tu giungi in sogno
o nei miei stati d’incoscienza
sono cosi rari ora, non merito più?
Devo raggiungerla perché voglio sapere
lei mi dice cose che nessuno vuol sentire
riesuma profondità inconsce.
L’albero sa ma è muto
siamo separati
non genera alcun frutto
il tutto è uno, l’uno è tutto
non sono più così sicuro
Noi siamo l’inferno
ci inseguiamo senza raggiungerci
in un eterno carosello di solitudine.
Torturiamo noi stessi e gli altri
nascondendo il sangue di cui siamo macchiati
siamo tutti carnefici, proclamandoci innocenti
ma siamo tutti, irrimediabilmente, colpevoli
Il limite dell’esistenza sono le altre persone
il costrutto societario, l’evoluzione
ed il tanto acclamato progresso che
ci riportano ad un unica verità:
vince la specie più aggressiva.
I paladini della giustizia sociale
si elevano a giudici morali
e i grandi poteri si scambiano favori.
Dai tempi dei faraoni ad oggi
siamo rimasti numeri sacrificabili:
la schiavitù ha solo cambiato forma.
Indipendente per non dire egoico
amante della vita per non dire superficiale
abbiamo cambiato i nomi alle cose malvagie
per sentirci meno abbietti, ma la sostanza non cambia.
Preoccupati per il benessere che è solo materiale.
abbiamo plasmato così il mondo
ed il mondo così ci plasma:
schiavi, soli, superficiali, arroganti, materiali.
Siamo il limite della nostra esistenza
ed il limite dell’esistenza altrui
Una costellazione di nefasti presagi
una linea scandita da tristi avvenimenti
accettare è piegarsi di fronte al volere dell’universo.
Siamo qui, solo di passaggio
la rabbia, il dolore e la paura sono nel mezzo
sono la mancata accettazione dell’inevitabile
Voi, energie dell’infinito spazio profondo
oscurità ancestrali, ignote e incomprensibili
governanti del caos e dell’inintelligibile.
A voi, voci tristi e lamentate, che sgorgate
dalle indicibili fiamme dell’abominio.
E a voi, regni del supremo abisso,
dominatori delle forze oscure.
A voi tutti, con voce nefasta
io supplico e imploro:
giungete dunque in
questo infausto mondo
e ponete fine all’angoscia
di questo ognor tempo
Prima della notte,
prima che le tinte della luce si mescolino
ai drappi inconsistenti dell’irreale,
prima che le lunghe ombre di ponente
stendano le loro dita sulla valle assopita.
Prima che le preghiere di mistiche creature
intonino canti per il sonno dei viventi.
Prima che il caliginoso muro del cielo
venga trafitto dalla rugiada delle stelle
e che gli alberi, le foglie ed i cespugli
incarnino le segrete spoglie di spiriti notturni.
Prima che il sonno, fratello e amico
mi trascini nel suo gorgo di proiezioni astrali.
Prima che dimentichi il tuo volto
e vaghi anch’io inconscio,
come quelle creature
Mia amante, sorella e amica
disgiungimi da queste spoglie mortali
cullami nella beatitudine della non consapevolezza
lascia che dimentichi, che sia dimenticato
riportami all’inconsapevolezza
voglio tornare a casa
riportami a casa


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